The Right Stuff: Uomini veri 1×01/1×02: la recensione

Se esiste un elenco di regole non scritte per i prodotti audiovisivi che parlano della corsa allo spazio, The Right Stuff – Uomini veri le segue tutte. Come se esistesse un universo condiviso sotterraneo, che non è esplicito, ma che si adegua automaticamente a un certo tipo di scrittura, a un certo tipo di messa in scena. In questo senso, la serie di National Geographic, che diventa per assimilazione una serie di Disney+, è un prodotto senza dubbio molto accogliente, molto rassicurante, anche piacevole a modo suo. Non ci sarà nulla di sorprendente o particolarmente interessante da rilevare qui, ma come proposta televisiva ha un suo senso.

La storia è quella dei sette “superuomini” – no, non è The Boys – che a cavallo tra gli anni ’50 e ’60 diventano i primi astronauti della NASA. In pieno clima da Guerra Fredda e corsa allo spazio, l’America lancia germogliare i semi del programma spaziale che l’avrebbe portata sulla Luna nel giro di un decennio. Questa è la storia di quei primi, faticosi passi pionieristici. Una storia che è tratta dal testo di Tom Wolfe con cui condivide il nome, e che era già stata raccontata in un bel film del 1983 che, tanto per non sbagliare, si chiamava sempre The Right Stuff (e in italiano sempre Uomini veri).

Superuomini perché tali, perché così definiti o perché lo diventano per necessità. La scrittura ci mette poco a trovare il suo conflitto principale nell’apparenza di perfezione degli astronauti che si scontra con i loro limiti nella vita privata. In particolare lo fa concentrandosi su tre di questi: Alan Shepard, John Glenn e Gordon Cooper (Jake McDorman, Patrick J. Adams e Colin O’Donoghue). Esclusa la patina di perfezione che circonda la figura storica di Glenn – quello più avanti con l’età, il più maturo – gli altri hanno delle limitazioni che li rendono meno perfetti di quel che ci si aspetterebbe. Nulla di eclatante, piccoli problemi in famiglia, ma tanto basta per scheggiare la perfezione di questi personaggi che incarnano l’american way of life minacciata dai russi (concetto di cui si parla esplicitamente).

La scrittura e la messa in scena sono quelle che ci si potrebbe attendere. Una soundtrack d’epoca tratteggia con metodica prevedibilità ogni momento, alternata ad una colonna sonora che cerca l’enfasi nei momenti giusti. La scrittura mette in bocca ai protagonisti scambi ora appassionati ora scanzonati, con un certo gusto per le scene madri e i confronti a cuore aperto. Tutto è semplice, perfino il conflitto. Eppure, come recentemente visto in Away su Netflix (sempre sullo spazio, seppure immaginando il futuro), ci si sorprende di come il dramma umano prenda sempre il sopravvento sulla tecnica, sull’addestramento, sulla meraviglia del cosmo, sul puro piacere di raccontare lo sforzo professionale e umano. Che dovrebbero bastare di per sé.

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