American Gods 3×01: la recensione

La terza stagione di American Gods nasce con un problema enorme: una seconda stagione la cui storia produttiva è più interessante, tragica e ricca di colpi di scena di quanto si è poi visto sullo schermo. La serie di Starz, che torna oggi su Prime Video con il primo di dieci nuovi episodi, lo fa appesantita da un calo qualitativo (e di conseguenza di pubblico e attenzione generata) che ha rischiato di farla crollare definitivamente, tanto è vero che cast e produzione hanno impiegato gran parte del tempo dedicato a promuovere la terza stagione a spiegare che si tratta di un ritorno alle origini, di un passo indietro verso quello che aveva reso grande la prima stagione: c’è una guerra in corso tra vecchi e nuovi dei, e c’è un tizio che si ritrova coinvolto suo malgrado e che potrebbe rappresentare l’ago della bilancia nel conflitto.

Tutto il resto, tutto il tempo dedicato ad approfondire vecchie e nuove divinità e a esplorare una serie di storie collaterali ma in qualche modo collegate al conflitto, viene, almeno temporaneamente, messo da parte: la terza stagione di American Gods comincia con un episodio che è un ideale reboot, un modo per scusarsi di quello spreco di tempo e attenzione che era la seconda stagione e spostare di nuovo il focus del racconto su Shadow (o Mike Ainsel, se preferite), Wednesday e Mr. World – diventata Mrs. World (Dominique Jackson) per l’occasione, perché “il maschio bianco non tira più”.

All’atto pratico, non succede quasi nulla in Storia d’inverno: ritroviamo Shadow in una versione socialmente accettabile e professionalmente impeccabile, e Shadow ritrova il padre, che lo vuole a tutti i costi tirare di nuovo a bordo. E ritroviamo i nuovi dei infastiditi dall’adorazione che Odino continua a suscitare in America, e pronti a eliminarlo e lanciare finalmente il progetto Shard. Il nuovo showrunner Charles Eglee dimostra fin da subito di avere le idee chiare sulla direzione stilistica di questa terza stagione: l’episodio si apre con un balletto che si trasforma in un concerto heavy metal con Marilyn Manson sul palco a cantare le lodi di Odino e a offrirgli una spada, e con Ms. World che punisce i suoi sottoposti a colpi di mazza da baseball (con tanto di gocce di sangue in slow motion e tutto il resto) perché hanno permesso a Wednesday di diventare virale invece del solito video di gattini.

In altre parole: simboli e metafore sono ancora saldamente al loro posto, e con loro la gioiosa pacchianeria sopra le righe che così bene aveva fatto ad American Gods nel corso della prima stagione. Quello che forse manca (per ora, ma lasciamo il beneficio del dubbio a quello che è solo un primo episodio) è uno scatto di ispirazione, un punto di vista diverso e originale su quello che sta diventando uno scontro ideologico totale banale e prevedibile: la tecnologia è sempre cattiva e vuole schiavizzarci tutti a colpi di Like e follow, la soluzione è il ritorno alla natura e ai vecchi dei, i quali però non hanno ancora imparato a non esprimersi per indovinelli e giri di parole, e continuano a sembrare affidabili quanto quelli nuovi (cioè pochissimo).

Immaginiamo quindi che il peso della svolta sieda tutto sulle spalle di Shadow/Ricky Whittle: è lui la vera wild card, il punto di vista esterno che potrebbe dare un’accelerata al conflitto e renderlo di nuovo interessante. Se così fosse, ci sarà comunque da aspettare: dopo la sorpresa finale della seconda stagione, con il cambio di identità (voluto da chi?) di Shadow e le indicazioni relative alla città di Lakeside. La distanza con il romanzo è ormai parecchia, anche per mere questioni di volume – American Gods ha bisogno di contenuto inventato di sana pianta per tirare avanti –, ma la parentesi ambientata nella cittadina in Minnesota è uno dei momenti migliori dell’opera di Gaiman, e Storia d’inverno ce ne fa intravedere i primi squarci; la permanenza di Shadow in questa sorta di Twin Peaks potrebbe essere l’occasione giusta per aggiustare definitivamente il tiro, e per lo meno questo primo episodio dimostra che l’intento c’è, anche se è ancora presto per dire se stia funzionando.