Al termine del primo episodio di Black Mirror, intitolato The National Anthem, un critico d’arte definisce l’evento terribile cui si è sottoposto il premier inglese come il primo, vero capolavoro del 21° secolo. Perché la grandezza – mettiamo da parte il termine bellezza per il momento – di un’opera di qualunque genere risiede anche nella capacità di cogliere brutalmente il presente nella sua essenza a partire da un particolare. In questo senso possiamo dire che il primo episodio della serie creata da Charlie Brooker è già un capolavoro, come lo sarà tutto il progetto nel suo complesso, che proseguirà su Netflix con una terza stagione. Lo è per molti motivi, ma qui ci interessa questo: porre allo spettatore una visione totalizzante, conflittuale, totalmente consapevole della contemporaneità. E farlo tenendoci inchiodati allo schermo per tutta la sua durata.

L’episodio inizia con il brusco risveglio del primo ministro inglese Michael Callow (Rory Kinnear, lo ritroveremo in Penny Dreadful). L’adorata principessa Susannah è stata rapita. Quello che potrebbe essere l’inizio di un classico soggetto da thriller, da giocare tra le stanze del potere e le indagini sul campo, viene completamente scardinato dalla richiesta assurda del rapitore. Per riavere la principessa indietro, il premier dovrà sottoporsi in diretta televisiva ad un rapporto sessuale con un maiale. Mentre il conto alla rovescia sta per terminare, l’assurdità della richiesta assume di ora in ora concretezza. Intanto l’opinione pubblica, la stampa, la rete sembrano muovere gli eventi al pari dei protagonisti coinvolti.

In realtà le sorti della principessa passano ben presto in secondo piano. Non interessano a noi né alla serie perché non interessano al pubblico che, come nel Truman Show, rimane impietrito di fronte alla maratona web-televisiva che racconta passo dopo passo l’evolversi degli eventi. Il focus delle domande principali viene completamente dirottato su un’altra strada. Cosa farà il premier? Cosa faremmo noi al suo posto? E soprattutto: se si arrivasse a tanto, guarderemmo la trasmissione? Con un certo margine di previsione potremmo dire che sì, la guarderemmo eccome. Magari falsamente disgustati, ma bramosi di dettagli macabri e di immagini da cinema underground.

È il voyeurismo di massa, che giustifica se stesso, che diffonde la responsabilità e in questo modo la annulla. Noi siamo lo sguardo totale, il giudice che crea la morale e applica le sentenze, senza mai sporcarsi le mani. Siamo lontani dal dolore, il dolore è lontano da noi, diventa un’eco lontana diffusa dal web, che fatichiamo a vedere come reale. Possiamo dire di tutto e possiamo decidere su tutto, perché nulla ci riguarda veramente e nulla ci importa veramente. Diventa chiaro ben presto che l’intento di Charlie Brooker – qui la regia è di Otto Bathurst – è quello di spostare l’occhio della telecamera all’interno. Quindi non è tanto ciò che riprendo, ma come lo riprendo e come lo racconto.

I meccanismi delle stampa e del web vengono probabilmente trattati con una certa fretta, nell’accumulare eventi e situazioni, ma la forza della metafora ne esce fuori intatta. Il web è inarrestabile nella diffusione di video e materiali, e poterlo controllare è un’illusione (quindi, le possibilità della tecnologia che sfuggono al nostro controllo), e in questo senso i canali tradizionali faticano un po’ e rimangono in scia, almeno all’inizio, prima di riprendere il controllo. In particolare, l’agenda degli eventi e le decisioni al vertice vengono pesantemente influenzate dal feedback ora positivo ora negativo dell’opinione pubblica. Dopo ogni evento e decisione arriva il contraltare dei sondaggi, della risposta emotiva (perché è l’unica risposta possibile) che guida il futuro.

A quel punto il finale è solo una provocazione nella provocazione, la vacuità di una società che si rispecchia in se stessa, che non crede in niente se non nell’immediato. La comunicazione dall’alto si incontra con la comunicazione dal basso e partorisce un mostro, mentre tutti assistono compiaciuti alla sua nascita.