C’è una strabordante metafora alla base di Fifteen Million Merits, secondo episodio di Black Mirror. È evidente, è immediata, è rimarcata in ogni secondo, ma è talmente ben costruita e integrata con la storia che va a raccontare da lasciar passare in secondo piano qualunque critica. Si tratta di un episodio affine, per cinismo e crudeltà, a The National Anthem, ma al tempo stesso estremamente diverso, perché diverso è il tipo di fantascienza che va a raccontare. Nel primo caso ci trovavamo di fronte a un incubo molto contemporaneo, fantapolitica più che fantascienza. Stavolta abbiamo a che fare con un mondo distopico, che ad ogni angolo rivela riflessi inquietanti con il presente, ma che costruisce una società del tutto inventata. Un’altra straordinaria esperienza da spettatori, capace di scuoterci nel profondo.

In un mondo ipercontrollato, il giovane Bingham (Daniel Kaluuya) segue la stessa routine ben codificata e predisposta. Dal mattino alla sera, pedala per quanto può di fronte a degli schermi che trasmettono programmi spazzatura. Pedalando alimenta insieme agli altri l’energia che tiene in piedi il mondo. Più pedala più punti ottiene, più punti ottiene più strumenti virtuali può acquistare per migliorare l’avatar che interagisce e dialoga con il mondo. Dal mattino alla sera, senza fermarsi, in un circolo continuo dal quale apparentemente si può sfuggire solo accedendo ad un talent (la possibilità di esibirsi costa appunto 15 milioni di punti). C’è molta disillusione e stanchezza nella quotidianità di Bingham, ma all’improvviso qualcosa sembra scuoterlo. In un mondo artificioso e costruito in serie, arriva Abi (Jessica Brown Findlay), una bella ragazza che vorrebbe fare la cantante. Bingham deciderà di aiutarla a partecipare al talent.

In questo caso l’allegoria fantascientifica è puramente strumentale ad un maggiore impatto. Si tratta di una storia che, cambiando pochi elementi, potrebbe svolgersi benissimo nel nostro mondo. La metafora, come detto, è evidente. I 15 milioni del titolo della puntata riprendono la famosa citazione di Andy Warhol sui 15 minuti di celebrità che ognuno di noi potrà avere in un futuro che sempre più assomiglia al presente. Piccola precisazione, magari non tutti noi avremo quei 15 minuti, ma ognuno di noi farà di tutto per averli. I talent, sui quali ovviamente è modellato il penoso spettacolo a cui tutti aspirano (tra i giudici spicca Rupert Everett), sono un’esca piazzata di fronte a biciclette che non vanno da nessuna parte. Sono il motore dell’illusione e della speranza che deve alimentare i desideri, le aspirazioni, anche l’invidia di tutti.

Tutto è vago, finto, sogni tanto generici perché devono arrivare a più persone contemporaneamente. E cosa c’è di più generico e astratto del concetto di “celebrità”? Che sia qualche visualizzazione in più su YouTube o un parere positivo di un giudice o di una platea costituita da avatar il discorso non cambia. È solo un miraggio, un’illusione che sfugge tra le dita, l’ennesimo pasto di plastica da consumare in fretta. A proposito di pasti, l’episodio è condito da una serie di piccole chicche, come un distributore che suggerirà cosa l’utente potrà preferire in base alle sue precedenti scelte (quanti suggerimenti “correlati” riceviamo ogni giorno? Quanto veniamo manipolati senza rendercene conto, mentre esaltiamo la libertà della rete?).

E poi c’è la divisione in caste, l’illusione di una mobilità sociale che in realtà sembra realizzarsi solo verso il basso, di cui nessuno si meraviglia perché tutti sono impegnati a bearsi della loro condizione di superiorità rispetto agli scarti della società. E infine c’è la struggente parabola umana di Abi. Sì perché l’episodio, come sempre accade in Black Mirror, non vive solo per la sua metafora, ma riesce sempre a raccontare una storia che vale la pena seguire. Abi è la purezza, l’autenticità, la mancanza di quei filtri che rendono tutto più digeribile, sempre più urlato e sempre più falso. E quindi cosa fare di questa bellezza? Ce lo dirà Bingham in un monologo da brividi nel finale.

In uno dei finali più crudeli di sempre, si scopre il sistema per annientare il cambiamento: assimilare la rivoluzione, farla propria, ribaltare il suo linguaggio antisistema facendola entrare dalla porta principale. Infine, non c’è alcuna differenza tra il talent show e la voce della verità. Entrambe sono illusioni di un cambiamento possibile, che non deve avverarsi, ma deve solo rimanere sullo sfondo come possibilità realizzabile, per darci la forza di alzarci ogni giorno senza sentirci completamente sconfitti.