Di fronte ai precedenti episodi di Black Mirror, The Entire History of You potrebbe apparire come più normale e meno incisivo. Probabilmente dipende dalla sensibilità di ognuno rispetto a determinati argomenti. Certo è che qui per la prima volta si sceglie un punto di vista molto ristretto, qualcosa che fa di questa puntata un episodio gemello del primo episodio della seconda stagione, Be Right Back. L’idea di una seconda stagione speculare alla prima verrà confermato poi da un episodio centrale distopico (White Bear) e da un ultimo (The Waldo Moment) che si va a riallacciare al primo The National Anthem nel trattare tematiche politiche. Tornando all’episodio in questione, si tratta di un’angosciante storia di drammi personali, ossessioni e gelosie.

L’episodio è ambientato in un mondo quasi del tutto identico al nostro. Unica differenza, un device che le persone hanno impiantato dietro l’orecchio. Il Grain, questo il suo nome, permette di filmare ogni momento della giornata attraverso gli occhi del suo proprietario, con tutto ciò che questo comporta: registrazioni, zoomate, librerie per argomenti e persone. Il protagonista della puntata, l’avvocato Liam, inizia a sviluppare un’ossessione per Jonas, un vecchio amico della moglie Fi. Teme apertamente un tradimento, guarda e riguarda le registrazioni che lo interessano, fa esplodere la sua rabbia in una serie di accuse ripetute, cercando di inchiodare la moglie alle sue presunte bugie.

Come sempre, Black Mirror lavora su due livelli. Quello più fantascientifico che racconta attraverso certi linguaggi le ossessioni della contemporaneità, e quello più classico che racconta semplicemente una storia. The Entire History of You funziona su entrambi i livelli, probabilmente con un impatto emotivo più debole sullo spettatore, ma costruendo comunque una vicenda interessante. Ossessione quindi. Il Grain – ne vedremo una variazione molto simile nello speciale natalizio White Christmas – potrebbe essere sostituito da una cronologia Facebook che scende molto nel privato e non mette filtri di privacy. Le dinamiche sono tutt’altro che sconosciute: gelosia ovviamente, ma soprattutto costruzione di sovrastrutture e dinamiche sociali a partire da frammenti di vita altrui.

Ad un certo punto un personaggio confesserà di non avere il Grain, e la reazione del gruppo sarà esattamente identica a quella che si avrebbe di fronte a una persona che non ha Facebook o WhatsApp. C’è la tematica dell’ingerenza nella privacy personale, che però rimane soprattutto una costruzione mentale nostra. Questo è un mondo che sembra già essere andato avanti su questo punto. Più importante il discorso dei ricordi. Proveremo infatti indulgenza e pietà infine nei confronti di un protagonista che non riesce a distaccarsi dai suoi momenti migliori, rivivendoli mentalmente e non solo per estraniarsi da un presente nel quale non si riconosce più. Non è quello che facciamo spesso anche noi? Solo che qui arriva il passo ulteriore, più traumatico forse.

I ricordi non mentono. O meglio, in realtà si parlerà anche di possibile manipolazione ad un certo punto, ma rispetto a quello che ci interessa, possiamo dire che questo è un mondo nel quale l’illusione non è più concessa. Nel quale non possiamo ricostruire mentalmente un passato più bello o gratificante di quanto fosse in realtà, perché i ricordi rimangono lì a schiacciarci su ciò che è accaduto veramente. Per altre strade torniamo, come accadeva in Fifteen Million Merits, a fare a pezzi la bellezza, a sbriciolarla e rimasticarla fino a renderla insapore.