Nel congedarsi dal suo pubblico Black Mirror ci rende partecipi di una parabola apocalittica dal carico simbolico devastante, che in appena quaranta minuti ci racconta un incubo: un incubo che forse stiamo già vivendo ma del quale non ci accorgeremo prima di non poterci più svegliare. Lo specchio non è mai stato così oscuro e il suo riflesso così nitido e riconoscibile. Il più grande pregio della migliore fantascienza – in questo caso fantapolitica – è quello di riuscire ad anticipare le svolte storiche del futuro, siano esse politiche, sociali, economiche o tecnologiche e inserirle in uno scenario che appare alieno per alcuni versi ma assolutamente vicino per altri. In questo senso, ma non solo, i quaranta minuti di The Waldo Moment sono tra le più straordinarie soddisfazioni che la tv recente ci abbia regalato.

A causa di uno scandalo sessuale l’esponente del partito conservatore eletto nella fittizia località di Stentonford è costretto a dimettersi. Vengono indette delle elezioni suppletive nelle quali si fronteggiano la giovane laburista Harris, qui alla sua prima esperienza e più motivata a farsi notare che a vincere, e il favorito rappresentante dell’altro schieramento Liam Monroe. Tutto secondo copione fino al momento in cui nell’agone politico e in questi schemi ormai consolidati irrompe un orso blu animato di nome Waldo, interpretato dietro le quinte dal comico fallito James Salter. Da un irriverente e sboccata macchietta televisiva a satirista politico a insospettabile candidato con un terzo polo indipendente alle elezioni locali, Waldo mette a nudo le contraddizioni e la vacuità di un sistema tanto collaudato quanto fragile innescando qualcosa di inarrestabile…

In Inghilterra non c’è una cittadina chiamata Stentonford, i protagonisti non sono ispirati a nessuno in particolare e l’intera vicenda è fittizia. Eppure il sentimento di inquietudine che deriva dalla consapevolezza di vedere una porzione – distorta ma non lontana – della realtà è più vero che mai. E su tutto questo si erge la figura di Waldo. Finzione all’interno della finzione, l’orsetto blu è causa e strumento di un parossismo che affonda le sue radici in un sentimento che all’esterno ha l’aspetto più o meno rassicurante di una sfiducia nei confronti degli eletti, ma che all’interno rivela la sua vera natura: quella di una totale perdita di valori della società in ogni sua manifestazione.

Ed è una marea che investe tutto e non risparmia nessuno. Quella che va in scena è la grande recita egoistica della vita, in cui ogni uomo e ogni settore vengono colpiti in misura eguale e le responsabilità equamente ripartite. A farne le spese in primo luogo la vecchia classe dirigente dipinta come vuota, costruita, finta, completamente distaccata dalla cosa pubblica e pronta a coprire e tutelare se stessa (volontariamente non viene mostrata alcuna differenza tra laburisti e conservatori, pronti peraltro a spalleggiarsi contro il nemico comune). Tra le sentenze lapidarie e volgarissime di Waldo risalta questa indirizzata ad uno dei candidati: “You’re a joke! You look less human than I do and I’m a made-up bear with a turquoise cock”.

Il teatrino della comunicazione è lo scenario degno del livello dei propri protagonisti: il contenuto della comunicazione è subordinato alla forma, anzi, diventa contenuto essa stessa. Gli insulti urlati e la mancanza di sostanza delle “argomentazioni” non contano nulla fintantoché sono subordinate a logiche di mercato, a spazi pubblicitari da vendere e alla mercificazione di un prodotto. E il passo successivo è naturale: la politica, intesa come cura del bene pubblico, proprio perché così vicina e al tempo stesso così desacralizzata, è l’oggetto ideale da mercificare, da accostare alla satira pecoreccia e agli applausi del pubblico in un clima da reality.

È inutile soffermarsi sulle mancanze dei singoli protagonisti, poco importano in un episodio nel quale ogni figura e ogni contesto sono costruiti per essere sacrificati alla tesi generale sviluppata dalla puntata. Ecco, il difetto maggiore dell’episodio va rintracciato nella scarsa costruzione dei caratteri che, come detto, finiscono in qualche modo per essere inglobati dal loro ruolo senza un vero sviluppo. Ma d’altra parte la stessa narrazione non lo consente, impegnata com’è a saltare da un ambiente all’altro (lo studio televisivo, la pubblica piazza, la tribuna elettorale) per passarlo sotto la lente implacabile di Waldo.

Ma il maggiore atto d’accusa forse è proprio nei confronti della cittadinanza. La volontà generale, nonostante la propria sovranità, non è adatta a governare direttamente (almeno questo è quanto prova a dire un conduttore tv prima di essere interrotto da Waldo). Recuperando la metafora dello specchio, i pessimi eletti tanto criticati dalla puntata non sono affatto avulsi dalla loro realtà e dagli elettori, ma con tutti i loro difetti ne sono il prodotto e l’esatto riflesso. E non basteranno le volgarità, la dialettica antidemocratica, il populismo, le soluzioni facili, l’illusione che basti eliminare i politici per costruire un mondo migliore se dietro non ci saranno delle proposte concrete e realizzabili.