Sconvolgente. Tra tutti gli attributi accostabili a questo piccolo ma enorme capolavoro inglese questo sembra il più adatto. Black Mirror è sconvolgente nella sua brutalità, nel suo essere testimone implacabile del salto nel vuoto dell’umanità all’indomani dell’ingresso nel terzo millennio, nel dipingere l’infinita solitudine e la prigionia della mente di fronte alle nuove, e vecchie, sfide della società. Rielaborando filosofia, cultura, letteratura e cinematografia, lo specchio oscuro riflette un mondo in preda all’inseguimento delle tecnologie ma che, inconsapevolmente, viene ingabbiato da queste, in cui la comunicazione a tutti i costi (che abbia il volto terribile della distopia o quello apparentemente più rassicurante dei social network) mostra il suo volto peggiore. Dopo la splendida prima stagione, la serie di Channel 4 ritorna con tre nuovi episodi, dimostrando fin dal suo esordio di voler continuare a sconvolgerci.

Pur inquadrando il nuovo arco narrativo, che si esaurisce completamente nel corso della puntata, all’interno di una dimensione più chiusa e familiare rispetto agli episodi della prima stagione, paradossalmente la serie alza fin da subito il tiro da un punto di vista tematico. Se il tema conduttore della prima stagione poteva infatti essere identificato nell’ossessione per l’apparenza, in un vedere/sentire tutto in cui la comunicazione giocava il ruolo di mezzo/fine, qui si parla soprattutto, ma non solo, di elaborazione del lutto. La comunicazione è sempre al centro e, anzi, è sempre più attiva e invasiva. La dimensione orrorifica, opprimente e cupa, così palese nel mondo distopico trattato l’anno scorso in “15 Millions of Merits” , in “Be Right Back” fa ancora più paura perché è vicinissima a noi.

Martha (la Hayley Atwell di Captain America) e Ash (Domhnall Gleeson) sono una normale coppia con normali problemi – di comunicazione, a letto – la cui vita viene scorre ancora più normalmente, tra il lavoro di lei e l’ossessione per la comunicazione su internet di lui. Ad un certo punto, l’evento scatenante: la morte di Ash. Distrutta, Martha viene indirizzata ad un particolare servizio online che permette di affrontare il lutto in maniera inusuale. E tanto basta perché, proprio come nella prima stagione, una serie che si permette delle svolte e degli esiti tanto sconvolgenti, merita di non essere anticipata ma goduta pienamente per tutta la sua durata.

Alla fine della visione rimane tanto. Il tema della comunicazione e della tecnologia, mai così pretesto per parlare di così tanto altro, ci lascia una bella, intelligente, mai edificante o semplice riflessione sul dolore, sulla perdita e sulla difficoltà di arrivare all’accettazione senza perdersi in una delle tante fasi che la precedono (su tutte, il rifiuto). C’è il coraggio di una scelta morale e delle sue conseguenze, c’è l’ossessione e la debolezza, c’è il dio-macchina sempre più onnipotente e onnipresente ormai pronto, dopo aver conquistato lo spazio digitale, a muoversi verso il dominio del nostro. In un’escalation emotiva, praticamente sempre consumata all’interno delle quattro mura domestiche, il tema dell’identità viene affrontato con una bella lezione di fantascienza (siamo dalle parti di Ubik di Dick) e se da un lato la verosimiglianza, soprattutto nella seconda metà, viene un po’ meno, d’altra parte la bellissima immagine finale, nel ricollegarsi ad una delle prime, fondamentali scene, fa passare in secondo piano questi pochi difetti.