In questa “recensione” non parleremo della seconda puntata di Black Mirror. Sarebbe inutile. Per farlo pienamente bisognerebbe prendere ogni singola scena di questo capolavoro televisivo e sviscerarla, intavolare un dibattito sui tantissimi spunti offerti, ricostruire idealmente il grande scenario alle spalle e che non ci viene mai mostrato e infine elencare i tanti riferimenti cinematografici/letterari. C’è però un problema. Per riuscirci dovremmo spoilerare il contenuto e la trama di questo episodio intitolato “White Bear”, e farlo sarebbe semplicemente un crimine. Quindi parleremo di altro. Sappiate solo che tutto inizia con una donna che si risveglia in un mondo che non riconosce, ma che potrebbe conoscere lei.

Qual è la differenza tra “guardare” e “vedere”? Esiste una piccolissima sfumatura tra questi due termini, quasi invisibile, quasi impercettibile. Il tempo di una rapida immagine su uno schermo televisivo, l’istante che occorre per scattare una foto col cellulare ed è già perduta per sempre. Limitarsi a guardare qualcosa significa essere passivi di fronte ad essa: la comunicazione visiva è a senso unico, l’uomo la recepisce ma non trasmette nulla. Vedere è diverso. Vedere significa capire, significa interrogarsi attivamente su quello che i nostri occhi stanno percependo, con senso critico e capacità di giudizio. Ed ecco che la sfumatura di prima diventa una distanza abissale, segnando il distacco tra chi accetta la realtà così come si presenta e chi invece si pone delle domande.

Ingannati da chi e perché? Ma da noi stessi, ovviamente. In un modo o nell’altro, ognuno odia se stesso e non esiste nulla di meglio per dimenticarci dei nostri difetti che proiettarli su qualcun altro. Scegliere un “Truman”  dal The Truman Show qualunque, giudicarlo, metterlo su un piedistallo per poterlo insultare meglio, odiarlo per ciò che ha fatto di contrario rispetto alla morale ma, sotto sotto, amarlo e tenerlo sotto una campana di vetro perché, con la sua sola esistenza, le nostre colpe appaiono un po’ meno gravi.

Noi potremo ottenere il perdono e salvarci, ma lui no. Quella stessa morale che tanto vogliamo difendere nel momento della condanna scompare completamente all’esecuzione della pena. Quella persona non la merita più, non è nemmeno un uomo. È un’arancia meccanica – ovviamente torna anche il film di Kubrick – e ormai ha perso anche il suo diritto più prezioso: la libertà di pensiero. Almeno in questo, alla fine, è del tutto identico a noi.

Scusate questo piccolo sproloquio. Tornando alla serie, forse esistono delle parole perfette da scrivere per convincere a vederla, ma noi non le conosciamo. Quindi ci limitiamo a chiedere un po’ di fiducia: recuperate Black Mirror. E fatelo vedere ad altri, soprattutto a chi si ostina ancora a pensare che la tv non possa raggiungere il livello del cinema.