Hated in the Nation è la migliore conclusione possibile per la terza stagione di Black Mirror. Data anche la durata di ben 90 minuti, è facile considerarlo quasi come un progetto a se stante, praticamente quasi un film per la tv. Mentre sono molti i riferimenti che possiamo cogliere, ci ritroviamo di fronte all’ultimo esempio di una stagione che episodio dopo episodio si è voluta allontanare dallo stile delle precedenti due, sperimentando nuovi generi. In quest’ultima puntata, diretta da James Hawes, il genere tirato in ballo è il poliziesco.

Un hashtag di morte si realizza molto concretamente in un mondo dove l’odio di massa da social network ha delle conseguenze sulle persone. Due detective, interpretate da Kelly McDonald e Faye Marsay, indagano sugli eventi, aiutate ad un certo punto da un ispettore interpretato da Benedict Wong. Il mondo nel quale si svolge la storia è quasi identico al nostro. La differenza più sostanziale risiede nel fatto che le api sono estinte (un pericolo con il quale anche la nostra realtà si sta confrontando) e che sono state sostuite da insetti meccanizzati controllati da una società privata. Mentre gli investigatori lottano contro il tempo per ricostruire l’origine della minaccia, il conto alla rovescia scandito dall’odio semina vittime.

C’è qualcosa nella freddezza delle ambientazioni e della fotografia di quest’ultimo episodio che, insieme ovviamente al genere in gioco, ci riporta ai polizieschi scandinavi che tanto successo hanno avuto negli ultimi anni e che tante volte sono stati rifatti negli States (The Killing su tutti). Ma c’è anche qualcos’altro. Non ci troviamo di fronte a quella contaminazione di toni che è tipica di alcuni polizieschi sudcoreani degli ultimi anni, ma, rimanendo in oriente, ci piace creare un parallelo con Suicide Club di Sion Sono. C’è quella contaminazione della rete che colpisce la massa uniforme degli utenti, talmente forte, talmente preponderante, da sfociare in un’incursione inarrestabile nella realtà quotidiana, contro cui il detective può solo contenere i danni.

Si parla di odio tramite internet. L’hashtag “deathto” che diventa vera sentenza, la furia online che diventa la somma di tutte le piccole coscienze che parlano senza responsabilità, convinte che in rete si possa fare e scrivere di tutto senza affrontare le conseguenze, convinte che il comportamento della massa giustifichi qualunque responsabilità individuale. Si può prendere un capro espiatorio, che può aver sbagliato oppure no, e distruggerlo senza ritegno solo per sentirci migliori, solo perché è facile trovarsi dalla parte della ragione del gruppo e scrivere parole che non si avrebbe mai il coraggio di pronunciare di persona.

In questo senso l’episodio è molto vicino alle tematiche già sviluppate nello splendido White Bear. Certo, come più volte abbiamo ripetuto trattando le ultime puntate di Black Mirror, si concede ampio spazio al genere sopra le tematiche, e quindi il poliziesco. Ci sono le indagini, le deduzioni, i piccoli momenti di tensione pura, in particolare uno che vedrà le protagoniste cercare di nascondersi in una casa. Finale incisivo, a modo suo e per chi conosce Black Mirror scontato, ma di fonte impatto.