“I wear the chain I forged in life”, replied the Ghost.

Una dominante bianca si estende su tutta la storia fin da quello che è il titolo falsamente rassicurante dello speciale natalizio di Black Mirror, e tornerà, ancora e ancora, per coprire come un velo tutte le piccole storie contenute in quella più grande che è White Christmas, per raccontarci con cinica intelligenza le distorsioni della tecnologia e dell’uomo in un prossimo futuro. È ancora una volta, a poco meno di due anni dall’ultimo episodio, una grandissima puntata e materiale di prim’ordine per la storia della televisione. E se desiderate un miracolo di Natale, fate che sia questo, perché il lieto fine non abita da queste parti. Questa è l’inquietante carola di Natale, tutt’altro che dickensiana, senza perdono né buoni sentimenti, narrata da Charlie Brooker, in quello che potrebbe essere – speriamo di no – l’epilogo del suo capolavoro.

Quattro pareti ai confini della memoria, e all’interno due uomini, intenti a consumare un misero pranzo di Natale, mentre si raccontano le rispettive storie che li hanno condotti a quel punto, isolati dal mondo. Sono il più estroverso Matt Trent (Jon Hamm) e il più riservato Joe Potter (Rafe Spall), a quanto pare costretti alla convivenza reciproca da più di cinque anni in questo non-luogo difficile da decifrare. Uno scenario surreale, in cui il chiarimento e la purificazione giungeranno tramite la forma del racconto e della confessione, prima dell’uno, poi dell’altro, attraverso tre cupi racconti. Raccogliendo indizi e suggerimenti dalle varie narrazioni, la scrittura di Charlie Brooker, qui sostenuta dalla regia di Carl Tibbets, costruisce quindi dietro le quinte le premesse per un finale chiarificatore e inquietante.

Black Mirror lavora sull’inconscio, non sulla logica. È sadico ed esagerato, ma è anche verosimile e, soprattutto, simbolico. Le intuizioni tecnologiche, che in genere sono esasperazioni di strumenti e possibilità già esistenti, non valgono solo per il loro significato concreto e immediato: è necessario andare oltre per comprenderne il valore. Per fare un esempio che non ha a che vedere strettamente con l’episodio, in Be Right Back la protagonista otteneva una copia perfetta di un suo caro defunto: una possibilità eccezionale trattata come un banale servizio a pagamento, ma era il suo significato simbolico e le riflessioni che ne scaturivano ad interessarci e a colpirci. Qui in più di una storia accadrà lo stesso. Non tutto nel finale avrà un senso compiuto e perfettamente logico, ma in fondo la fantascienza – perché di questo si tratta – è anche questo: utilizzare un contesto futuribile per raccontare temi attuali.

Black Mirror special 2

È quello che accade nel primo dei tre racconti, nel quale seguiamo il particolare servizio di assistenza fornito da Matt all’impacciato Harry (Rasmus Hardiker). Attraverso i particolari Z-eye, l’uomo è in grado di vedere, e interagire, con il ragazzo, per aiutarlo ad imbucarsi ad una festa aziendale e cercare di concludere con una ragazza di nome Jennifer (Natalia Tena). Ma la modernità è anche al centro dell’episodio centrale, in cui una donna di nome Greta (Oona Chaplin) si sottopone ad un particolare intervento per estrapolare una copia della propria coscienza (?) e trapiantarla in un device che controlla le funzioni della propria casa, programmando gli appuntamenti più importanti. E infine nell’ultimo dei racconti, quello di Joe, che mostra il lato oscuro di una relazione e le difficoltà di adattamento e comprensione per l’uomo, bloccato – come in un social network, ma nella vita reale – dalla moglie.

Charlie Brooker conosce il valore dell’immagine e le strutture della narrazione, e sa come integrarle l’una nell’altra. White Christmas è costellato da una serie notevole di intuizioni, invenzioni, twist, ma non si limita ad essere un semplice elenco di metafore tecnologiche. Nessun episodio rimarrà valido solo per se stesso, ma ognuno contribuirà ad accrescere il mosaico dell’ambiente nel quale ci muoviamo, e sarà determinante per la comprensione finale. Come è sempre stato per questa serie, interesse per la trama, amarezza per le considerazioni riportate e inevitabili riflessioni si incontreranno al termine della storia. C’è intelligenza e crudeltà in questa visione, ma c’è innanzitutto la capacità di metterla in mostra con una storia che vale la pena di essere raccontata, tramite una scrittura di prim’ordine e un cast in stato di grazia (Jon Hamm svetta su tutti, ma Rafe Spall, certamente meno conosciuto, è davvero una rivelazione).

Il resto viene da sé. Black Mirror è sadico, ma lo è perché noi lo siamo. Ogni frammento di storia, ogni momento in cui i protagonisti detestabili vengono vessati oltre le loro colpe, sembrano chiederci: se tutto questo ti sembra orribile, perché non riesci a staccare gli occhi dallo schermo? Allora torna in mente il finale di White Bear (il bianco che ritorna) con la sua vittima sacrificale che, al di là delle sue terribili colpe, ci rendeva un po’ migliori e ci faceva sentire un po’ meno colpevoli. Black Mirror non deve inventare nulla da questo punto di vista: siamo noi, semplicemente. Le povere e indifese vittime della tecnologia e della società, quando ci conviene, e i carnefici e i colpevoli, quando nessuno ci guarda. Nelle tre storie si parla di privacy e di guardare di nascosto il mondo che ci circonda, si parla di rinunciare ad una parte di noi stessi e di dare un valore materiale alla coscienza, si parla di isolamento e fuga dalla realtà. È la vita, la nostra vita, solo raccontata con un linguaggio e immagini diverse dal solito.

È ossessivo, martellante, estremo e claustrofobico, con tocchi sparsi di “Ai confini della realtà”, ma è il Black Mirror degli episodi precedenti, ed è difficile che deluda quanti hanno apprezzato il percorso della serie fino ad ora.  Per quanto mi riguarda, credo sia uno dei motivi per i quali oggi possiamo dire che il piccolo schermo è diventato grande.