Caterina la Grande: la recensione della miniserie

Fisico minuto e sguardo d’acciaio, Helen Mirren è una delle interpreti per eccellenza della regalità, al cinema, in teatro, e ora anche in tv. E Caterina la Grande è solo l’ultimo tassello di una carriera costellata da varie interpretazioni del potere monarchico, e dell’algida solitudine che esso comporta. Tuttavia, in questa miniserie co-prodotta da Sky Atlantic e HBO l’interprete si scontra con i limiti di una sceneggiatura fiacca e superficiale. Qui le vicende storiche, con una netta predilezione per quelle intime e sentimentali, della zarina di Russia sono portate allo spettatore da un punto di vista basilare e raramente carico di sfumature.

In quattro episodi, la serie diretta da Philip Martin (dietro molti episodi di The Crown) racconta un periodo storico che corrisponde agli ultimi decenni di regno della zarina. Tra le figure più rappresentative del cosiddetto dispotismo illuminato, Caterina II conduce con mano ferma le sorti della Russia in politica interna ed estera. Si inizia con un tentativo di abolizione della servitù della gleba, e si prosegue raccontando con minore o maggiore interesse i conflitti con l’Impero Ottomano, la gestione o repressione dei complotti di palazzo, la lotta contro le rivolte interne. Il tutto è filtrato attraverso la lente dell’amore segreto – benché sotto gli occhi di tutti – con il comandante dell’esercito Potemkin (Jason Clarke).

Ad un certo punto, Caterina pronuncerà le parole “la politica è l’arte dell’equilibrio”. Tuttavia la sceneggiatura di Nigel Williams potrebbe aver confuso la ricerca dell’equilibrio con una più timida semplicità. I dialoghi, le motivazioni e le caratterizzazioni che muovono la storia sono diluiti attraverso un intreccio pluridecennale in cui tutto è fin troppo lineare e superficiale. La prima mezz’ora accavalla una spiegazione eccessiva dopo l’altra su chi sono i personaggi, cosa vogliono, cosa è accaduto loro. Ad un certo punto non ci sarà più bisogno di puntualizzare ogni situazione, ma la miniserie a quel punto diventerà del tutto dipendente dal rapporto amoroso sofferto tra Caterina e Potemkin.

Helen Mirren si muove attraverso la legnosità dell’intreccio con la statura attoriale che le è propria. È evidente che questa è la sua miniserie, e di nessun altro, ma non ci sono appigli o scene in cui ha davvero la possibilità di risplendere. Il resto del cast, nel quale potremmo evidenziare la presenza di Rory Kinnear e Gina McKee, entrambi sacrificati, non emerge perché sono i caratteri secondari a non avere spessore oltre a quello funzionale al rapporto amoroso. E questa stessa relazione in cui passione, dipendenza, non detto e romanticismo si fondono secondo le esigenze del momento, racconta sempre meno su se stessa man mano che si procede nella vicenda.

Lo sfarzo di un palazzo della Lettonia, sede delle location, è altresì appiattito da una messa in scena che, al pari del resto, sembra dire molto ma racconta poco.

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