Il bello (o il brutto, dipende dai punti di vista), dei franchise moderni è che raramente la parola “fine” è definitiva. Non si sa mai, un revival, un remake, un sequel insperato, ma comunque tutto può sempre tornare. Appartiene a questo tipo di racconto Cobra Kai, sequel della serie di Karate Kid. Prima del remake del 2010 con Jaden Smith, prima del quarto capitolo con una giovanissima Hilary Swank, c’era la trilogia originale dedicata a Daniel-san. Quel piccolo, piacevolissimo cult degli anni ’80 ritorna ora in una veste assolutamente impensabile all’epoca. Da una trilogia cinematografica arriva trent’anni dopo una webserie lanciata sul nuovo servizio YouTube Red. E la notizia è che, a giudicare dai primi due episodi, il prodotto in questione merita.

Su soggetto di Robert Mark Kamen, già coinvolto nei prodotti originali, si torna a toccare la mitologia storica di Karate Kid. Lo si fa ripartendo proprio dal finale del primo film, da quel colpo della gru che Daniel sferrava contro il suo avversario Johnny, vincendo il torneo. La serie torna a quelle immagini scolpite nella mente di quanti sono cresciuti tra gli anni ’80 e ’90, riproponendole integrate da inquadrature inedite, che spostano la prospettiva del colpo su Johnny. Quindi una vittoria che diventa una sconfitta. Lo ritroviamo nel presente Johnny (William Zabka), uno sconfitto dalla vita, senza prospettive né stabilità. Al contrario, proprio da quella vittoria e da quelle seguenti Daniel (Ralph Macchio) è riuscito a costruire un successo dopo l’altro, è un venditore d’auto ricco e con una bella famiglia.

Fin da questa scelta Cobra Kai ci mostra la sua intuizione migliore, quella su cui poggia la storia nei primi due episodi. Le parti sono invertite. Non che Johnny sia un buono e Daniel un cattivo, assolutamente no. Però a quella contrapposizione così netta la scrittura trova il modo di opporre una costruzione dei personaggi più sfumata, più interessante, che ci spinge a seguire la storia per saperne di più. Forse la famiglia di Daniel non è così perfetta come sembra, forse Johnny ha pagato oltremodo quella sconfitta sulla propria pelle, e ora è lui il reietto per cui tifare. Da qui l’occasione di riscatto, che rimetterà i due l’uno di fronte all’altro, con la ricostituzione del Cobra Kai del titolo.

Sarebbe stato semplice giocare su un’impostazione più scontata, riproponendo un conflitto identico a quello passato, con le stesse schematizzazioni. E invece veniamo presi in contropiede, e questo fa molta differenza quando si tratta di elaborare un intreccio semplice, capace di catturare, ma non banale. È impossibile odiare Daniel, ma capiamo perché Johnny lo fa. Cobra Kai allora è una storia di riscatto, una resa dei conti, ma anche un modo per elaborare il passato (lo stesso Daniel, dietro la sua armatura, potrebbe essere più fragile di quel che sembra).

Il tono è molto azzeccato: c’è la giusta leggerezza (una battuta fantastica sul “dai la cera, togli la cera”), tipica di una storia che non si è mai presa sul serio fino in fondo, contrapposto a quel pizzico di dramma che deve dare forza ai caratteri. Funziona anche l’idea di utilizzare un formato da trenta episodi, che alleggerisce una trama che certo non ha nell’intreccio la sua componente centrale. Insomma, quella che poteva sembrare un’idea buona giusto per un video parodia su YouTube alla fine è diventata una serie vera e propria. Sempre su YouTube.