Dietro quella patina così da webserie di Cobra Kai, così povera dal punto di vista del look visivo e così ordinaria nel suo intreccio che verso la fine sconfina quasi nella soap di quartiere, batte il cuore di una delle serie più sorprendenti del momento e uno dei ragionamenti più interessanti che abbiamo visto fino ad oggi sulla convivenza, il linguaggio politicamente corretto, le idee di tolleranza e rispetto della diversità o delle minoranze e tutto quello che al cinema e in tv definiscono i buoni e i cattivi. Da un film che rielaborava la parabola di Rocky per un pubblico di adolescenti è nata una serie molto divertente in 10 puntate per YouTube Red, che come il suo pubblico ha superato l’esigenza di dividere il mondo in nemici e amici.

Scritta dagli autori di Harold e Kumar, Cobra Kai è una serie dotata di un grande umorismo di cui fa un uso moderato e giusto. La risata non è l’intrattenimento ma lo strumento per ricordare periodicamente che non stiamo davvero prendendo sul serio questa storia in cui alcuni adolescenti imparano il karate in 3 settimane, è solo una maniera di divertirsi in omaggio al periodo in cui tutto ciò era credibile. E contemporaneamente una maniera per riflettere su quanto sia cambiato nella nostra società.

Cobra Kai però prende anche le mosse, ufficialmente o non ufficialmente che sia, da un video caricato su YouTube qualche anno fa. Un video essay molto ironico ma anche pieno di senso, che rileggeva Karate Kid – Per vincere domani ribaltando i ruoli. Sarebbe Daniel Larusso il bullo, non Johnny Lawrence, la cui unica colpa è stata di difendere se stesso e la sua ragazza in più occasioni.

La serie amplia quest’idea e va subito molto più in là del suo spunto di leggere il sequel moderno della storia dal punto di vista dei cattivi. Johnny Lawrence, 34 anni dopo la sconfitta che ne ha segnato la vita, cerca di rialzarsi ma è costantemente schiacciato dal successo e dal desiderio di Larusso di tenerlo giù, di non consentire la rifondazione del Cobra Kai. La quantità di strizzate d’occhio agli originali è incalcolabile (solo i primi 3 film però, il quarto e poi il remake è come non esistessero anche se a produrre è Will Smith) ma anche molto ben portata. Alcune scene sono riprese pari pari, altre suggerite, alcuni dettagli tornano nello sfondo altri a sorpresa sono in primo piano, mai invadenti. Se si deve fare fan service lo si deve fare così (il calcio della gru avrà sia il suo momento di pura mitologia, sia la sua dissacrazione).

Ciò che però contraddistingue subito Cobra Kai è il lavoro su cosa sia accettabile oggi, cosa sia “buono” e cosa “cattivo”. Johnny Lawrence è un relitto di un’altra epoca, in tutto e per tutto fermo agli anni ‘80. Non sa niente di internet, spesso si veste come allora, guida una macchina dalle linee inconfondibili e ha una visione di mondo delicatamente razzista e machista, non per ideologia ma per abitudine e convenzione, tipica di chi è rimasto ad un’epoca in cui era accettabile discriminare e trattare le donne da maschio alfa. Suona subito vecchio ma anche nuovo, perché, nonostante insulti e si comporti da bullo, la serie ci tiene a mostrare che l’opposto non sia migliore.

Insomma Lawrence è il tipo che quando gli viene spiegato cosa sia il cyberbullismo ne rimane schifato non per l’azione in sé ma perché “Ai miei tempi c’era un codice, c’era rispetto e certe cose le facevamo di persona!” Alcolizzato che non vede il figlio da anni, sta tuttavia cercando di migliorare la sua vita (e non grazie al cielo di essere migliore). La serie non deve concordare con la sua visione di mondo ma capirne il conflitto e il desiderio di rivalsa. A lui infatti si rivolgerà un branco di nerd e reietti (gli unici che si iscrivono al rinato Cobra Kai) che lui intende trasformare in persone dotate di fiducia in se stessi tramite il karate. Non li accetterà per quel che sono e non li peggiorerà, gli darà la possibilità di lavorare su se stessi. Nessuno scodella la pappa a nessuno.

Per questo Cobra Kai è l’opposto logico di Glee. In quella serie i nerd, le minoranze e tutti i non popolari erano uniti da una disciplina (il canto) che gli dava fiducia in sé e li metteva al centro dell’attenzione per le loro doti, insegnandogli ad accettarsi. Qui gli appartenenti a minoranze trovano fiducia in sé modificando se stessi, capendo che non sono rassegnati ad essere ciò che sono e che non devono per forza accettarsi ma possono cambiare e prendere le redini della propria vita invece che avere paura di farlo. È quell’idea tipica dell’America repubblicana per la quale l’ondata di quello che definiscono “politicamente corretto” (in realtà è solo l’imposizione di una forma di tolleranza che sconfina nell’assenza di autocritica), non fa che portare ad una generazione di smidollati.

E Daniel Larusso incarna tutto questo. Lui con la sua storia di successo, la sua catena di autosaloni e l’odioso buonismo dei protagonisti degli anni ‘80, è il perfetto democratico scriteriato, gentile e cattivo al tempo stesso. Pensa di agire per il meglio ma sta solo agendo per l’odio al nemico di una volta. Non è diverso da Lawrence, ma è peggiore di lui perché è convinto di essere il buono, non ammette di agire per odio personale ma si ammanta di giustizia e correttezza. Privato dell’aura dello sfigato che cerca di farsi strada rimane solo insopportabile. Lawrence sa di avere un punto di vista parziale sul mondo e cerca di essere ragionevole. Larusso pretende di essere il buono della storia e che tutti lo stimino per questo.

In questa serie in cui non ci sono davvero dei cattivi o dei buoni, la grande tensione è data dal capire chi vincerà lo scontro finale (attenzione! È già confermata una seconda stagione).

Di una cosa sola però Cobra Kai è certa, che i più scemi in assoluto sono quelli che usano la tolleranza ostentata per definire se stessi e ingraziarsi le persone, quelli che si posizionano nel settore dei giusti.