Cobra Kai, la recensione della terza stagione

C’è qualcosa nella programmatica sciatteria di Cobra Kai che rende la serie imperdibile. È probabilmente la serie scema più intelligente che sia in circolazione, piena di problemi e difetti che tuttavia propone una visione di mondo così unica e insieme così superficiale da costituire un’unione attraente. Soprattutto è una serie che difficilmente può appassionare chi non abbia visto i film di Karate Kid e non li abbia visti all’epoca, cioè le persone per le quali non è passato del tempo tra quelle visioni e questa.

Anche nella terza stagione il motto rimane “Ognuno è sempre il protagonista della propria storia”. Dalla prima stagione abbiamo capito che nella storia di Johnny Lawrence lui è il buono. Così siamo con lui e vediamo il lato marcio di Daniel LaRusso, sempre gentile e sempre dalla parte dei buoni principi, ma che in nome di quelli compie le azioni peggiori e non si ferma davanti a nulla, ammantandosi di giustizia. Però è anche vero che nella storia di Daniel LaRusso è lui quello buono, quello la cui figlia viene menata e che comincia ad insegnare il karate ai più sfigati così che possano difendersi. Entrambi (Lawrence e LaRusso) nel finale della seconda stagione saranno responsabili di una megarissa che si chiude con uno dei ragazzi che finisce in coma.

E siccome anche John Kreese, il fondatore del Cobra Kai, insegnante spietato e cinico che fu mentore di Johnny Lawrence, è protagonista della propria storia, nella terza stagione siamo deliziati da diversi flashback di quando lui era in Vietnam, la sua educazione alla violenza e alla cattiveria, il trauma primordiale. Un trionfo di ricostruzione terribile quella del Vietnam. Roba che grida vendetta. Ma Cobra Kai è tutto così e bisogna accettarlo se si vuole arrivare alla fine di una stagione che regala (di nuovo) non poche soddisfazioni. Il minimo della regia.

cobra kai lawrence

Purtroppo qui la scrittura diventa molto altalenante, per via del cambio continuo di sceneggiatori di puntata, oscillando tra il patetico e il molto gustoso. A rimanere salde sono due componenti: la scrittura dell’arco narrativo, il montaggio e la regia smarmellata. Il montaggio lavora con grande umorismo per affiancare i momenti e dire l’indicibile, per mettere insieme discorsi motivazionali travisandoli tutti, per suggerire arti mozzati e violenze che non vengono mostrate, è la parte più sofisticata di tutte che spesso lotta per rendere tollerabili sequenze d’azione e arti marziali davvero ben concepite e coreografate (quella grande a casa LaRusso è un gioiello) ma eseguite sempre malissimo. L’effetto straziante delle mosse così lente e goffe spacciate per chissà che movenze magistrali è parte dei molti espedienti comici che nascondono se stessi, mascherati da vera incapacità. Basta guardare però come sono coreografate e come sono precisi gli stacchi di montaggio per capire che non c’è incapacità ma un programmatico velo di cialtroneria.

In realtà tutto questo complesso di piccoli grandi ganci da 4 soldi, dalle storielle d’amore messe in scena con una regia da soap opera (in cui qualcuno entra in un ambiente per scoprire cosa è successo o chi deve parlare dice quel che deve dire e poi esce dall’inquadratura e infine tutto è illuminato da una luce chiarissima infame che peggiora qualsiasi scena) è un grande modo per parlare del tempo che passa per loro e per noi e quindi della nostalgia, che è l’evidente motore di tutta l’operazione. Alla sua essenza, sfrondata del piacere di continui confronti che sembrano quelli definitivi (LaRusso vs Lawrence, Lawrence vs Kreese e poi Kreese vs. LaRusso) e di un umorismo molto molto sottile e per questo spesso centrato, Cobra Kai è una storia di volti invecchiati.

cobra kai chozen

La comparsa dei personaggi (e degli attori) del secondo film della saga nel viaggio ad Okinawa di Daniel LaRusso lo raccontano, come lo racconta l’arrivo di Elizabeth Shue e soprattutto è scritto nella faccia di Ralph Macchio, uguale e diversa dall’epoca, nel suo corpo sformato, a bottiglia, impossibile da spacciare per atletico ma indispensabile per la serie.
Macchio è il volto simbolo assieme a Pat Morita (bloccato all’età che aveva nei film, visibile in ritratti e materiale d’archivio) e il continuo avanti e indietro con le immagini d’epoca, enfatizzato in questa stagione, dà la misura del tempo passato. Quelle erano splendenti e ben fotografate, queste smarmellate. Le immagini d’epoca non solo raccontano le backstory, ma commentano, informano e portano contesto. Sono i ricordi dei personaggi (e di chi le ha viste all’epoca), sono l’ancora che blocca tutti.

Il testimone che passato e presente si passano ovviamente sono gli insegnamenti delle arti marziali (più che altro quelli di mr. Miyagi ma pure quelli che Kreese ebbe in Vietnam), in realtà però l’impressione è che questa serie sulle occasioni perdute e sulle seconde, terze e quarte possibilità che la vita concede, serve a raccontare agli spettatori la nostalgia come macchina implacabile di resa dei conti e fardello. La soap opera che è Cobra Kai, lavorando come fa sulle rughe e sugli acciacchi, sulle mode passate e sui cambiamenti (si veda cosa è diventata Okinawa oggi) racconta di personaggi che vivono nel ricordo di quel che successe quando erano ragazzi, condizionati da quegli eventi e incapaci di creare per sé nuove mitologie o nuove avventure che non siano i sequel di trame partite in quegli anni.

COBRA KAI 3

Il migliore per fortuna rimane lui, Johnny Lawrence, la figura meglio disegnata e interpretata, sempre amaro, determinato ad essere un duro ma anche a rivedere cosa significhi essere un duro. Non vuole più essere un bullo ma non per questo vuole diventare un LaRusso, sempre ecumenico e sempre smielato. Lawrence è tristissimo e vittima di un mondo con il quale ha perso contatto, rimasto agli anni ‘80 e a foto che pensa siano cool mentre sono terribili, sempre indietro su tutto tranne che sul karate che praticava da ragazzo. Disperato per essere ancora quel Johnny lì fa di tutto (comicamente) in cerca di una redenzione che non arriva mai. Non vuole essere il solito democratico ma un buon repubblicano, corretto e giusto. Eppure anche lui è bloccato al Cobra Kai, a quel che era e che non riesce ad essere, forse solo il ritorno di Ali potrà smuovere qualcosa. William Zabka lo interpreta benissimo dandogli delle note dolenti che non lo abbandonano mai, nemmeno nei momenti di maggiore esaltazione.
Nelle puntate che hanno lui al centro sembra che Cobra Kai sia perfetta. Nel complesso rimane ancora godibile.

 

Sei d’accordo con la nostra recensione di Cobra Kai? Scrivicelo nei commenti