Devs: la recensione

La narrativa contemporanea è innamorata della meccanica quantistica e del concetto di multiverso. Per film e serie di supereroi si tratta di ereditare un’idea che era già sulla carta, per Rick and Morty è uno stile di vita, per Ancora auguri per la tua morte è un gioco, per The Man in the High Castle è un’opportunità. Versioni alternative di se stessi, tagli fra i mondi (c’è anche Queste Oscure Materie) e idee simili sono una costante. Forse è anche per questo che Devs, che si impernia totalmente sulle considerazioni filosofiche che questi temi portano con sé, non riesce a sorprendere del tutto. La serie di Alex Garland, solenne nell’esposizione e curata nell’immagine, infine appare più scontata e meno stimolante di quel che voleva essere.

A San Francisco sorge un’imponente struttura denominata Amaya dove sono condotti esperimenti arditi e supersegreti. Il giovane Sergei viene ammesso al progetto più blindato, il misterioso Devs. Tuttavia, una volta entrato in contatto con la natura della ricerca e con il direttore Forest, scompare. La sua fidanzata Lily non si arrende alla versione che le viene presentata e lei stessa, che lavora sempre alla Amaya, decide di esporsi in prima persona per scoprire la verità. Questo la porta a contatto con il nucleo della sconvolgente ricerca condotta a Devs, ma la mette anche in pericolo.

Esplosioni cromatiche intrappolate in geometrie regolari, le storie di Alex Garland iniziano ad essere riconoscibili. Come Ex Machina e Annientamento, sono vicende che parlano di persone geniali a contatto con anomalie da loro provocate oppure no. Esistono luoghi speciali, laboratori oppure zone circoscritte, dove le normali leggi della fisica o i limiti della ricerca possono essere aggirati grazie alla sconsideratezza o alla curiosità irrefrenabile dell’uomo. Qui Garland piazza i suoi personaggi eccezionali. Sono figure geniali, ma distaccate, capaci di vivere le emozioni solo per estremi, passando dalla totale apatia al dolore assoluto. Sono anomalie inserite in un’anomalia, e sono loro la chiave per rompere quell’equilibrio.

Questa descrizione, con riferimento a Devs, si applica a due figure. C’è Forest, interpretato da Nick Offerman, e Lily, interpretata da Sonoya Mizuno. Il loro dolore li rende affini ed è il cuore emotivo della storia. Eppure si tratta sempre di una sofferenza distante, filtrata attraverso una ponderata assenza di emozioni, un’elaborazione verbale eccessiva dei concetti, delle idee, della perdita stessa. Devs funziona meglio come una storia di immagini, e in questo senso è indubbiamente vincente. Dalle pareti grigie della Amaya fino ai pannelli d’oro che sorgono nel bosco e poi ancora immersi nei colori abbaglianti del Sancta Sanctorum di Devs, l’ambiente è tutto. La serie vive di quegli spazi, e costruisce una gabbia ideale dominata da un’inquietante statua gigante di una bambina.

Tutto questo serve a filtrare, ma nemmeno tanto, una serie in cui le considerazioni superano il valore o il senso dell’intreccio. Per questo motivo, ma non è l’unico, ricorda abbastanza Westworld. Anche se la serie HBO non parla di multiversi, l’idea alla base dei molti parchi con le programmazioni ricorrenti è concettualmente la stessa. E i temi seguono a ruota. Si parla di determinismo e fatalismo. C’è una concezione meccanica dell’universo che in un caso segue le direttive umane, nell’altro le leggi della fisica, ma che in ogni caso non ammette deviazione. Oppure sì? I robot che hanno coscienza del loro loop possono spezzarlo? Gli umani che conoscono il loro futuro possono modificarlo?

D’altra parte, Devs non riesce a sostenere la propria dichiarata complessità e l’esecuzione in sé è più superficiale di quanto la premessa lascerebbe intendere. Tra l’enfasi (a volte eccessiva) dell’immagine e la ridondanza delle considerazioni, la serie non lascia troppo spazio alla sincera elaborazione e al non detto. Funziona quando è più silenzioso e lascia che l’ambiente parli per sé, cala molto quando spiega se stesso. Le situazioni da thriller violento non si integrano con i retroscena intimi dei personaggi, soprattutto degli impiegati alla Devs, né abbastanza normali, né abbastanza straordinari. Ai quali è difficile concedere un’empatia che pure viene domandata. Ed è qualcosa che pesa su un finale problematico, che chiede molto allo spettatore.

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