“Questa famiglia usa il termine “erede” come fossimo in un’opera di Shakespeare.” La frase di Jamal Lyon durante l’ennesima riunione di famiglia, organizzata in occasione del traumatico annuncio della gravidanza di Anika, mette bene in luce le aspirazioni di Empire: ricreare un clima di tragedia classica, con tutti i suoi topos più collaudati, senza rinunciare a uno smalto kitsch tremendamente contemporaneo, enfatizzato da un ritmo forsennato che ne fa, a oggi, una delle serie televisive più dense di colpi di scena attualmente in onda.

Colpi di scena che, spesso e volentieri, non hanno paura a scivolare nell’esagerazione. E Time Shall Unfold, quattordicesimo episodio di questa seconda, altalenante stagione, non fa certo eccezione, inanellando situazioni in cui il livello di drammaticità è direttamente proporzionale al ridicolo. Qualche esempio? La riunione con gli azionisti, ridotta a una sorta di spettacolo circense che rievoca, nel tifo spietato e nel desiderio di sangue dei clienti divenuti spettatori, il clima delle arene romane. O il già citato annuncio della gravidanza di Anika, che spinge la donna a svelare le sue carte, inaspettatamente sentimentali: non voglio soldi, voglio una famiglia per mio figlio.

L’astuzia di Anika presenta delle evidenti falle anche all’occhio più ingenuo: nessuna persona sana di mente, men che meno chi abbia vissuto cinque anni di relazione con Lucious, si azzarderebbe ad augurare al proprio figlio non ancora nato un futuro all’interno della famiglia Lyon, se non per motivi meramente economici. Ma l’ambiziosa ex sembra aver rimosso con un colpo di spugna le guerre intestine di cui è stata testimone – e, talvolta, parte attiva – all’interno della famigerata dinastia di discografici; la speranza è che le minacce per nulla velate schiaffatele in faccia da Lucious durante il loro ultimo incontro servano a farle correggere il suo improbabile quadretto familiare con ritrovata lucidità.

Ma non finisce qui: mettendo da parte l’ormai imbarazzante pantomima a cui viene sottoposta, in media una volta per episodio, la povera Freda Gatz, coinvolta da questo o quel componente della famiglia Lyon in progetti da cui viene puntualmente estromessa per motivi più che opinabili, l’elemento forse più scioccante – e, quindi, improbabile – di Time Shall Unfold è la comparsa, sul finale, di una stordita ma comunque viva e vegeta Leah Walker, madre di Lucious finora data per morta e di cui, giusto per accantonare ogni dubbio, ci è stata addirittura mostrata la lapide, complice una visita alla tomba da parte di Andre.

Tutto questo basterebbe, diciamolo, a far spegnere la tv e sancire il definitivo distacco, da parte del pubblico, nei confronti di una serie che ormai sembra non avere più a cuore neppure un barlume di verosimiglianza. Eppure, Time Shall Unfold funziona, e funziona anche bene, proprio grazie alle trovate drammatiche di cui sopra. In una stagione che non ci ha risparmiato colpi di scena fini a se stessi, risoltisi senza alcuna conseguenza nel giro di pochi minuti, tanto da configurarla come una successione di inconcludenti filler, stavolta ci troviamo di fronte a eventi incredibili, sì, ma avvincenti, proprio come – azzardiamo il paragone con la massima umiltà – in una tragedia di Shakespeare.

Il confronto tra Lucious e Anika, il dialogo tra Andre e Rhonda, persino lo scontro tra Lucious e Hakeem di fronte agli azionisti: in barba a ogni credibilità, è questa la serie che vogliamo vedere, uno show dalle forti emozioni, eccessiva in ogni sua manifestazione, ma in grado di scuotere e appassionare. C’è ancora traccia di quegli ingredienti, in Empire: se poco o niente può ormai salvare una stagione condannata dalla debolezza della sua trama centrale – chi sia alla guida della casa discografica è, ormai, un fattore del tutto privo di mordente – episodi come Time Shall Unfold fanno sperare che, nella terza stagione, Empire possa tornare agli antichi, indimenticati splendori apprezzati nelle prime puntate.