Fargo 4×01 “Benvenuti nell’economia alternata”/4×02 “La terra del prendere e uccidere”: (la recensione)

Fino ad un certo punto della première, questa stagione di Fargo non somiglia poi così tanto a Fargo. Che certo, essendo una serie antologica è un appunto che vale fino ad un certo punto. Ci sono ovviamente ampi margini di libertà a quello che può raccontare la serie antologica di Noah Hawley. Eppure, anche per giustificare il tutto, dovrà esserci una base comune tra queste “storie vere”. Questa arriva, a circa mezz’ora dall’inizio della stagione, con un singolo evento casuale, assurdo, grottesco, tragicomico, che mette in moto la valanga sulla quale probabilmente si baserà il resto della stagione.

La stagione inizia nel 1920, poi si sposta nel 1934 e infine si assesta nel 1950, dove rimane. Le prime situazioni, che a questo punto possiamo identificare come flashback, servono a impostare il tema centrale, una sorta di ouverture di temi e situazioni che saranno ricorrenti, e che ci preparano a quel che vedremo. Un po’ come la vicenda morale che apriva A Serious Man, con la differenza che qui quel che vediamo sarà molto legato alla storia. A Kansas City nel 1950 due gang decidono di stabilire una tregua scambiandosi i figli dei boss. È un rituale necessario e che abbiamo visto nei flashback, seppure con risultati diversi.

La tregua vacilla pesantemente nel momento in cui il boss italiano Donatello Fadda (Tommaso Ragno), uno dei due capi, muore. Il figlio Josto Fadda (Jason Schwartzmann) prende il suo posto, ma probabilmente non ci sta a mantenere gli stessi accordi del padre con i nemici, e nel frattempo si presenta alla porta anche il fratello Gaetano (Salvatore Esposito), che potrebbe creare dei guai. Dall’altra parte, ci sono gli afroamericani guidati da Loy Cannon (Chris Rock), che vorrebbero espandersi, anche appoggiandosi alle banche per alcune iniziative private. Ma, appunto, presto potrebbero verificarsi nuovi e più sanguinosi imprevisti.

Fargo si appoggia alle tematiche storiche dei Coen, e alla quarta stagione è quasi superfluo notarlo, anche se sono passati anni dalla terza. Qui la sintesi della faccenda è rappresentata dalla scena in cui Donatello Fadda viene colpito, un momento che incrocia due false piste (imboscata e infarto), problemi gastrointestinali, bambini che giocano. È tutto casuale e ridicolo, come la vita, questa è la tesi e Fargo ce la ricorda. Tuttavia c’è dell’altro, ed è qualcosa di nuovo, forse qualcosa che avvicina Fargo a sensibilità e temi mai toccati prima. Tutta la vicenda, per quanto da period drama, è permeata da riferimenti a pregiudizio e razzismo che riecheggiano.

Ad unire italiani e afroamericani ci sono le discriminazioni subite nel paese, gli atti di sistematica esclusione che li collocano alla base e da cui cercano di uscire con mezzi più o meno leciti. Non è un caso se gran parte della narrazione ricade su un personaggio terzo, Etherilda Pearl Smutny (E’myri Crutchfield) ragazza di colore nata in un matrimonio misto. Idealmente, collocata tra bianchi e neri, soffrendo la mancanza di un senso di appartenenza, il personaggio e le vicende della sua famiglia si inseriscono in un centro ideale dell’intreccio.

È un Fargo più serioso e impegnato del solito, che però stavolta sembra avere un passo più lento. Ma che al tempo stesso si concede momenti sopra le righe e caratterizzazioni al limite, come tutte quelle che riguardano l’infermiera assassina Oraetta Mayflower (Jessie Buckley).