“Buonasera Clarice”

A distanza di vent’anni gli occhi gelidi di Anthony Hopkins che scrutano con serena lucidità nell’animo di Jodie Foster sono una delle immagini più assolute nel rappresentare il fascino del male. Ora, sull’onda dell’invasione di serial killer che sembra aver colpito il piccolo schermo, (finora quasi sempre con risultati deludenti come Bates Motel o The Following) anche Hannibal Lecter riceve la sua personale rilettura nell’atteso drama in onda sulla NBC. E lo fa con la consapevolezza del materiale a cui si sta attingendo, con rispetto nei confronti dell’iconica figura originale, e soprattutto con il coraggio di una narrazione che rischia prendendosi i suoi tempi ma riuscendo al tempo stesso a fine episodio a farci sapere quanto necessario sull’architettura fondamentale dello show.

Riprendendo il titolo – e per fortuna solo quello – dal mediocre Hannibal diretto da Ridley Scott, lo show decide di raccontarci il suo protagonista/antagonista riprendendo larga parte della sua base di partenza, e conseguentemente molte delle tematiche principali, da Manhunter (e ancora di più dal suo remake Red Dragon, che ne esasperava alcuni toni). Ecco dunque il profiler dell’FBI Will Graham, in grado di empatizzare perfettamente ed entrare in sintonia con il modus operandi dei killer. Come nella migliore tradizione, “se scruti a lungo un abisso anche l’abisso scruterà dentro di te”, e Graham rischia di perdersi negli orrori sui quali deve investigare. I primi tre minuti sono già carichi di quella personalità che verrà confermata dal resto della puntata: da una serie di zoom sugli elementi salienti di una scena del crimine al passaggio di testimone al punto di vista di Graham attraverso una regia più fluida e una serie di riavvolgimenti, rallenty, visioni d’insieme che si alternano a singoli particolari che emergono. Tecnica registica estrema, esplicita, carica quanto si vuole, ma che al tempo stesso ci racconta molto del protagonista.

Mentre nei minuti seguenti scorrono le immagini della collaborazione tra Graham e Jack Crawford (Lawrence Fishburne), capo dell’Unità di Scienze Comportamentali, impegnati ad indagare su vari casi di rapimento di ragazze, tutti da ricollegare alla stessa mente criminale, emerge la consapevolezza di non aver ancora fatto la conoscenza di quello che è il maggior elemento di richiamo della serie. In un indiretto ma costante dialogo con lo spettatore – che ovviamente sa – il personaggio di Hannibal viene celato fino a metà puntata e presentato come un elemento esterno ma potenzialmente interessante della storia, non come il protagonista che ci si sarebbe attesi (quel ruolo spetta sicuramente a Graham, a cui tra l’altro viene anche riservata una scena in un bagno pubblico che, per l’arredamento, sfocia nell’aperto omaggio a Shining).

E poi arriva. Senza cedere allo splatter o ad alcuna violenza nelle scene a lui dedicate, il personaggio di Hannibal rappresenta quasi un elemento di contrasto, di serena predisposizione rispetto alla violenza da cui viene circondato. In netta contrapposizione rispetto alla scena iniziale e rispetto alla scelta operata da molti altri pilot, la prima puntata di Hannibal decide addirittura di chiudersi su un sereno anticlimax che apparentemente scioglierebbe la tensione accumulata fino a quel momento. Apparentemente appunto, perché su tutto aleggia quella tensione narrativa, quel bagaglio di conoscenze di ogni spettatore che veda la serie (e qui c’è la grande vittoria su Bates Motel, che invece sbagliava e continua a sbagliare su tutti i fronti), che viene affrontato non gettando benzina su un fuoco che si alimenta da solo della leggenda di uno dei serial killer più famosi della storia, ma al contrario lavorando per sottrazione, focalizzandosi sulla costruzione del resto dei personaggi e rimandando l’esplosione ad un prossimo momento, con il risultato che quando avverrà sarà ancora più forte.

“Vorrei che potessimo parlare più a lungo, ma sto per avere un vecchio amico per cena”.