Chi ha atteso con impazienza il ritorno della serie imperniata sulle sanguinose avventure del dottor Hannibal Lecter, apprezzandone le tonalità cupe e le complesse dinamiche interpersonali, non resterà deluso dall’apertura di questa seconda stagione.

Se possibile, il primo episodio (il cui titolo, Kaiseki, fa parte di una lunga serie di piatti giapponesi che daranno nome a ciascuna puntata) conferma quanto di buono abbiamo già visto, introducendo subito, attraverso un’animatissima scena di flash-forward, un eccellente elemento di tensione drammatica. L’esito finale della lotta tra Hannibal e il suo impensabile avversario resta sospeso, e l’epilogo della scena è rimandato a data da destinarsi. Una cosa è certa, tuttavia: la curiosità di sapere come si arriverà a quella mirabolante lotta cresce a dismisura, man mano che seguiamo l’evolversi di quel “dodici settimane prima”, che nulla fa presagire del conflitto violentissimo della prima sequenza.

Alla regia di Kaiseki c’è Tim Hunter, già dietro la macchina da presa per uno degli episodi più riusciti della passata stagione, Fromage. E come ci si aspetterebbe, il ritmo della puntata è abbastanza serrato, pur concedendosi una calma narrativa necessaria per avviare credibilmente la nuova stagione – eccezion fatta, come detto, per il rocambolesco incipit. Il primo caso di omicidio che ci viene presentato dà il là a uno scenario criminale che ricorda vagamente quello di Il Silenzio degli Innocenti, anche se con metodi completamente differenti (e forse ancora più agghiaccianti). Ma non è tanto l’indagine quel che Bryan Fuller, creatore della serie e co-sceneggiatore della puntata, intende mostrare in Kaiseki: ciò che più gli sta a cuore è raccontare cosa sta succedendo ai personaggi che il pubblico ha dovuto salutare un anno fa, in un momento cruciale che li ha segnati e legati indissolubilmente gli uni agli altri.

Ritroviamo quindi l’ottimo Hugh Dancy, alias Will Graham, sensibile investigatore dell’FBI improvvisamente passato, dopo una prima stagione nelle vesti di (seppur fragile) paladino della legge, “dall’altra parte” delle sbarre carcerarie. L’avevamo lasciato ingiustamente incolpato dell’assassinio di Abigail Hobbs, grazie a un’attenta pianificazione da parte del suo amico Hannibal Lecter (pianificazione di cui, in questa puntata, verrà svelato qualche dettaglio in più); lo vediamo adesso in un ospedale psichiatrico, in uno stato mentale precario ma certo meno confusionale di quanto lasciasse presagire la conclusione della passata stagione.

Torna Lawrence Fishburne nel ruolo di Jack Crawford, agente speciale dell’FBI che aveva coinvolto Will nelle indagini rivelatesi, in seguito, la sua rovina. Al suo fianco, ancora una volta, il personaggio di Alana Bloom (che ha il bel volto di Caroline Dhavernas), psichiatra ancora titubante riguardo la colpevolezza di Will (da cui è reciprocamente attratta), e che in questa prima puntata tenta di aiutare il giovane incriminato a scavare nella propria memoria, alla ricerca dei delitti che avrebbe commesso in preda alla follia.

Sul fronte opposto, impegnata a sondare la complessa (e pericolosa) mente di Hannibal, ecco tornare Bedelia Du Maurier (Gillian Anderson), psicanalista del serial killer e allo scuro (almeno apparentemente) del lato criminale del collega.

L’unica nuova entrata nel cast è Cynthia Nixon, impegnata negli austeri panni di Kade Prurnell, superiore di Crawford che indaga sugli errori di valutazione compiuti da quest’ultimo, colpevole di aver ignorato i consigli di Alana, che aveva ravvisato i primi segnali di squilibrio nella mente di Will.

 

hannibal hugh dancy

Perturbante e fascinoso come sempre l’Hannibal di Mads Mikkelsen, gelido nella sua dissimulazione, imperturbabilmente arroccato nella propria granitica, geniale follia; eppure, solcato di crepe quasi invisibili ma persistenti, che hanno tutte il marchio di Will Graham. Will, l’unico amico, l’oggetto di un’ossessione chiaramente dettata dalle leggi della sopravvivenza (il “mors tua, vita mea” viene rimarcato più e più volte nel corso dell’episodio), ma non solo. C’è altro annidato sotto la superficie, sotto la facciata marmorea dello spietato assassino, e l’attrazione (del tutto scevra, va detto, da connotazioni sensuali) del dottor Lecter per Will, uccellino in gabbia che continua a cantare inascoltato, gridando il suo nome a pieni polmoni, affonda le radici nell’umanità che sembra negata dall’essenza stessa del personaggio di Hannibal.

Già, perché Hannibal è un cuoco formidabile, ma tenta di sublimare con la sua gastronomia raffinata due istinti ferini che lo perseguitano: uccidere e mangiare. È un animale, ed è più che comprensibile che questa belva spietata entri in crisi proprio di fronte al sentimento meno animale di tutti: l’amicizia. Si potrebbe dire che la parabola del dottor Lecter di Fuller, estrapolata dal contesto orrorifico e investigativo, sia quasi quella dell’uomo che si evolve andando incontro al suo destino di aristotelico “animale sociale”: e benché la redenzione per un personaggio così colposamente grondante sangue sia quantomeno improbabile nell’ottica televisiva, tocca ricordare che, al di là delle critiche ricevute per questo o quel motivo, la prima stagione di Hannibal ha dimostrato un coraggio visuale inedito, a cui potrebbe far seguito un’altrettanto inedita spregiudicatezza morale.

Detto ciò, è ancora presto per capire quale sarà il futuro dello psichiatra cannibale e del suo (ex) amico attualmente sotto accusa: e non serve a molto cercare appigli nella continuità del canone originario, essendo la serie una sorta di reboot che già si è presa molte libertà nei confronti dei romanzi di Thomas Harris. Ciò che è chiaro, è che la resa dei conti tra i due protagonisti è semplicemente posticipata, e deflagrerà con una violenza che, prevediamo con cognizione di causa, sarà devastante.

Nell’attesa, lo spettatore può godersi tre quarti d’ora di tensione e di nuovi spunti visivi tanto ricchi da sfiorare il barocchismo. Come già ampiamente dimostrato dalla prima stagione, l’inquietudine alla base della serie fluisce attraverso un’ondata di immagini che alterna magistralmente il crudo realismo delle scene del crimine a un ben più sinistro simbolismo fiabesco. Il pubblico potrà dunque abituarsi (per quanto sia possibile) all’esposizione di cadaveri gonfi, putrefatti, squarciati o smembrati; ma nulla potrà prepararlo efficacemente al prossimo incubo della psiche sconvolta di Will. Perché, sembra ricordarci questa serie, esiste un limite fisico all’orrore che la mano dell’uomo può costruire; ma non c’è limite all’orrore che la mente dell’uomo può dipingere.