La seconda stagione della serie incentrata sulle vicende di Hannibal Lecter prosegue con una puntata dal ritmo meno serrato del solito, ma non per questo meno densa di elementi drammatici. Anzi, la quasi totale assenza di sottotrame consente alla storia di mettere a fuoco con precisione millimetrica solo ciò che fa davvero comodo al procedere del racconto.

Se lo schema procedurale era stato una costante più o meno invariata della prima stagione di Hannibal, guardando Sakizuki appare chiaro come la nuova priorità del creatore dello show, Bryan Fuller, sia infatti puntare i riflettori sulla vicenda giudiziaria dell’ex profiler Will Graham (Hugh Dancy) e, parallelamente, sull’evolversi del suo rapporto col geniale psichiatra-cannibale Hannibal Lecter (Mads Mikkelsen). Ogni rivolo investigativo deve confluire in questo fiume principale, ogni strada deve condurre qui. Scelta per il momento piuttosto riuscita, alla luce dell’efficace forza scenica dei due protagonisti della serie.

Dal punto di vista investigativo, Sakizuki paga l’obolo di una somiglianza schiacciante con una serie divenuta cult, Dexter. Per la prima volta, ci troviamo di fronte a un Hannibal che si sporca le mani in modo quasi catartico (mutilazione a parte; ma si sa, ognuno ha le sue debolezze), punendo il cattivo di turno e avvicinandosi pericolosamente al confine tra Bene e Male.

Il pericolo della redenzione, per Lecter, è però subito scongiurato da una delle scene più esplicite mostrate finora nella serie creata da Fuller: Hannibal è angelo vendicatore solo per pochi fotogrammi, immediatamente viene ricacciato nell’abisso di abiezione a cui appartiene, attraverso una sequenza di dissezione (e conseguente preparazione culinaria) che affascina e repelle. E tiriamo un sospiro di sollievo, perché nessuno vuole davvero seguire le avventure del buon Hannibal tramutato in improbabile giustiziere. La sua (eventuale) umanizzazione, già si è capito, deve necessariamente passare attraverso un istinto affettivo, più che attraverso un’improvvisa quanto incoerente illuminazione morale.

Rilevante che la sua intrusione nell’affresco dell’assassino cui sta dando la caccia insieme all’FBI si riveli un passo falso, nel momento in cui Will riesce a decodificare la pennellata “spuria” nello schema del serial killer originario. Visto il perfezionismo di Hannibal, viene da chiedersi: che l’errore sia pianificato? Che si inserisca in un progetto mirato proprio a discolpare Will? O, più semplicemente, che il brillante dottore voglia essere scoperto?

 

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Alla regia, troviamo di nuovo Tim Hunter, che regala al pubblico nuove sequenze iconicamente memorabili, ognuna delle quali funzionale al racconto senza vacui autocompiacimenti estetici. L’immagine, per quanto bella, suggerisce sempre qualcosa: è parte integrante del racconto, non è mai una parentesi visiva che si apre e si chiude senza un valido motivo. La metafora dell’occhio, impregnata di simbolismi mistici che attingono al pantheon pagano prima ancora che alla salvezza cristiana, è infatti un momento televisivo artisticamente altissimo che offre anche ad Hannibal la possibilità di una digressione che muove sì i propri passi dall’arte rinascimentale, ma arriva dritto dritto a spiegare la sublimazione dell’istinto omicida, accostando l’atto distruttivo di chi strappa una vita a quello costruttivo di chi immortala per sempre attraverso la creazione artistica (discorso reso ancora più paradossale dallo scenario mortifero in cui si svolge).

Grande importanza ha, in questo episodio, la flemmatica terapista di Hannibal, Bedelia Du Maurier (Gillian Anderson). Sotto pressione per le informazioni che le sono richieste direttamente dall’FBI e intimorita dall’anima nera che ha intravisto nel suo paziente, la bella psicanalista si tira fuori dal rapporto con il dottor Lecter, esponendosi (non sappiamo quanto consapevolmente) alle eventuali ritorsioni di quest’ultimo. Assume un maggiore rilievo anche il personaggio di Beverly Katz (Hettienne Park), agente dell’FBI specializzata in analisi delle fibre, che si sta avvalendo della decisiva collaborazione di Will per le indagini, persino adesso che il giovane si trova dietro le sbarre. Come Bedelia, anche Beverly si ritroverà nell’insolita posizione di alleata di un presunto omicida psicopatico in attesa di processo: in un solo episodio, dunque, Will riesce a guadagnare due punti che potrebbero risultare determinanti per il suo destino.
Interessante notare come la chiave di lettura per comprendere Sakizuki risieda proprio in uno scambio di battute tra Bedelia e Hannibal. Dopo aver annunciato alla donna di aver intenzione di riprendere la terapia di Will, il dottore si sente chiedere il perché di questa decisione, al di là della già citata ossessione personale nei confronti dell'(ex?) amico. Alla risposta “ha chiesto il mio aiuto”, la psicanalista commenta in modo quasi lapidario: “Allora forse vi meritate l’un l’altro.”

Il senso di queste enigmatiche parole è strettamente legato all’intenso dialogo tra Hannibal e Will a inizio puntata, che sovverte alcuni punti cardine impostati dalla fine della prima stagione e dall’episodio precedente, aprendo lo sguardo del pubblico a eventualità narrative mai ipotizzabili fino a questo momento. Per la prima volta, il manipolatore sembra essere Will, piangente e implorante nei confronti di Hannibal. L’esternazione del suo dolore è inusualmente sentimentale e toccante (“Non so quale delle due cose sia peggio: credere di essere stato io… o credere che sia stato tu, e che tu mi abbia fatto tutto questo”, “Mi sono sentito enormemente tradito da te. Il tradimento era l’unica cosa che mi sembrava reale. Io mi fidavo di te. Avevo bisogno di fidarmi di te”, “Ho bisogno del tuo aiuto”), tanto da suggerire una strategia più complessa alla base.

Se Hannibal sia caduto o no nella rete del giovane incriminato, è ancora tutto da vedere. Per ora, certo, il dubbio sulle reali intenzioni dei due protagonisti sembra uno dei punto di forza della stagione: ma forse non importa che Hannibal e Will si rincorrano a vicenda, alternando i ruoli di gatto e topo, o che stiano più istintivamente cercando tirarsi fuori dal baratro di sangue e solitudine in cui sono precipitati. I due nemici-amici stanno giocando la loro partita nel modo più godibile per il pubblico di appassionati; e che, in fondo, si meritino l’un l’altro, sia nel bene che nel male, è una teoria che trova in Sakizuki una conferma quasi definitiva.