“Dalla sua pace la mia dipende / quel che a lei piace vita mi rende / quel che le incresce morte mi dà”.

Sulla sublime aria di Don Ottavio dall’Atto Primo del Don Giovanni mozartiano si alternano le immagini di Will Graham (Hugh Dancy) e Hannibal Lecter (Mads Mikkelsen) che si vestono, preparandosi all’udienza in tribunale che deciderà della vita o della morte del giovane profiler dell’FBI. Non c’è miglior introduzione (dopo l’agghiacciante incipit nel quale Will assiste, in sogno, alla propria stessa esecuzione sulla sedia elettrica) al tema caldo di Hassun, terzo episodio della seconda stagione di Hannibal.

In quella che è, finora, la puntata più sentimentalmente densa della serie ideata da Bryan Fuller, si tirano le fila della vicenda giudiziaria di Will, accusato di una serie di efferati omicidi che recano, in realtà, la firma dell’insospettabile psichiatra Hannibal Lecter, suo ex amico e confidente. Tuttavia, non si deve pensare che Hassun sia semplicemente un legal-drama in miniatura, anzi: in tre quarti d’ora scarsi, i colpi di scena non mancano. Primo tra tutti, almeno in ordine di tempo, è il rientro in scena della detestabilissima giornalista Freddie Lounds (Lara Jean Chorostecki), che nella prima stagione aveva vessato Will con un’incalzante persecuzione volta a ottenere uno scoop da prima pagina. La sua apparizione è piuttosto breve, ma sufficiente a rinverdire, nella memoria del pubblico, i sentimenti di vivida antipatia suscitati dalla sua spregiudicata condotta nella stagione passata.

È però lontano dall’aula dell’udienza che Hannibal continua a tessere la sua tela, al riparo da occhi indiscreti e da qualunque sospetto che non sia quello di Will. E la sua tela è un paradosso intricatissimo ma perfettamente architettato, un sudario di innocenza che l’enigmatico dottore-cannibale si prepara a far calare sul suo nemico-protetto Will, a partire da un orecchio mutilato. “Fin dove ti spingeresti per aiutarmi?” chiede il giovane accusato al dottor Lecter, e nel flusso di menzogne che lo psichiatra continua a propinare al suo ex paziente riconosciamo qualche sprazzo di sincerità. “Perché il vero assassino dovrebbe farsi vivo proprio adesso?” chiede Will, e Hannibal risponde con limpida semplicità: “Perché ha a cuore ciò che ti sta accadendo.”

Tuttavia, più il freddo serial killer s’impegna a discolpare colui che egli stesso ha inizialmente designato come capro espiatorio delle sue efferate voglie, più gli eventi – personificati dalla maligna avvocatessa dell’accusa e dallo stolido giudice che si occupa del caso Graham – sembrano dargli contro, costringendolo a mosse quantomai azzardate. Ma Hannibal è un grande giocatore, e sa come muovere le sue pedine. Eppure, nella sequela di omicidi “necessari” messa in atto dallo psichiatra per scagionare Will, c’è un dettaglio inedito che merita d’essere analizzato. Per una volta, le immancabili mutilazioni sono state inferte sulle vittime a morte avvenuta, dopo una clemente esecuzione con una pallottola dritta al cuore. Il modus operandi di Hannibal è cambiato, e le ipotesi alla base di questa scelta non certo casuale sono svariate. Forse, con questa incongruenza, il nostro antieroe vuole semplicemente tenersi aperta una via di fuga qualora il cerchio si stringesse troppo attorno a lui; o forse, un briciolo di umana pietà inizia a fare capolino nell’arido deserto sentimentale del dottor Lecter.

Deserto che, tuttavia, sembra mostrare un moto empatico inaspettato in una conversazione con Jack Crawford (un ottimo Laurence Fishburne), agente dell’FBI la cui moglie è ormai prossima alla morte per cancro. Per la prima volta, crediamo alle parole di Hannibal quando conforta l’amico, evidentemente distrutto dalla situazione familiare tanto quanto dalla consapevolezza di aver causato il crollo psichico di Will Graham. E non possiamo non credergli quando, proprio di fronte a Will, confessa: “Voglio che tu creda il meglio di me, come io credo il meglio di te.” Sarebbe semplicistico riferire queste parole a un mero turbine sentimentale, trattandosi pur sempre dello spietato assassino che abbiamo via via imparato a conoscere; resta comunque il fatto che tutte le attenzioni di Hannibal sono ormai catalizzate su Will, declinate in nuove sfumature: non gli basta più salvarlo, vuole essere capito.

Benché si sottragga continuamente alle accuse del giovane, lo esorta indirettamente ad apprezzare e cogliere al volo l’opportunità che gli sta offrendo grazie ai suoi nuovi omicidi, mirati a scagionarlo. Ed ecco che il pubblico assiste allo sbilanciamento definitivo di Hannibal, quando quest’ultimo chiede a Will: “Questo killer ti sta offrendo una poesia: vuoi che il suo amore vada sprecato?” In questo candido invito, il fin troppo empatico Will Graham non può non leggere l’ammissione di colpevolezza di cui aveva bisogno. Hannibal non si accontenta più di essere ritenuto innocente dalla sua controparte: vuole essere compreso, vuole riconoscenza e riconoscimento da parte di colui che ha identificato come uno spirito affine.

Hannibal Hassun

In un gioco di sottotesti raffinati e sottili, il tema dell’amore – enfatizzato dall’ultimo omicidio di Hannibal, che riprende la classica simbologia del cuore come sede del sentimento – percorre silenziosamente tutta la puntata, arricchita dalla presenza di Alana Bloom (Caroline Dhavernas), che si trova di nuovo a fare i conti con la propria attrazione nei confronti di Will. Ma la bella dottoressa non può difendere l’innamorato come il suo cuore le imporrebbe; la sua mente non è ancora abbastanza forte, i suoi dubbi sono ancora troppo radicati. C’è solo un uomo che possa salvare Will in questo momento, ed è colui che, unico al mondo, è certo della sua innocenza: il vero autore dei suoi delitti. “Chi prenderà il mio posto?” chiede la dottoressa Bloom all’avvocato Brauer, incaricato della difesa di Will. E nel vedere Hannibal giurare, al banco dei testimoni, di dire la verità di fronte a Dio e alla corte, lo scambio di ruoli tra lui e Alana si copre di un velo di cupa ironia. Perché, non dimentichiamolo, Hannibal ha a cuore solo se stesso, e la sua poetica dichiarazione d’amore a Will potrebbe non essere altro che l’ennesima mossa di uno scacchista più che mai concentrato. Basterebbe un’unica, brevissima scena, a far crollare qualsiasi teoria sull’evoluzione sentimentale del brillante dottore: l’avvocato dell’accusa che afferma “Will Graham è l’uomo più astuto presente in quest’aula”, e il subitaneo sorriso sornione che si dipinge sulle labbra di Hannibal.

“Dalla sua pace, la mia dipende”, canta Don Ottavio. Che dalla pace di Will dipenda quella di Hannibal, o che si tratti dell’ennesima strizzata d’occhio ironica contrapposta al gelido, anaffettivo piano del dottor Lecter, è un mistero ancora tutto da svelare.