Laboratorio della scientifica. Uno storno esce vivo dal cadavere di una donna strangolata, a sua volta estratta dal ventre di una cavalla morta, e svolazza noncurante della disavventura appena vissuta. Storno, che in inglese è “starling”; come Clarice Starling, protagonista di Il Silenzio degli Innocenti. E nella stalla, principale scena del crimine di Su-zakana, Hannibal Lecter accarezza un agnello, ignaro precursore degli sventurati animali i cui versi perseguiteranno proprio gli incubi di Clarice.

Gli appassionati della saga letteraria di Thomas Harris avranno di che leccarsi i baffi questa settimana, e non solo per i simbolismi sopra citati. Ce n’è per tutti i gusti, nell’ottavo episodio di questa succulenta seconda stagione di Hannibal che, oltre alla consueta dose di adrenalina e all’ovvio fiume di sangue, si concede riflessioni sulla nascita, sulla morte, sul concetto di normalità e sulle tante contraddizioni dell’odio e dell’amore.

La puntata si apre con una scena emblematica per simbolismo visivo e dialogico: Will Graham (Hugh Dancy) e Jack Crawford (Laurence Fishburne) stanno pescando, immersi in un paesaggio innevato, isolati nel manto gelido così come lo sono nella loro silente indagine nei confronti di Hannibal Lecter (Mads Mikkelsen). La discussione tra i due uomini reca un sottotesto fin troppo chiaro: per far abboccare un pesce non affamato bisogna solleticare il suo istinto predatorio, dice Will, usando un’esca viva che lo renda bramoso e gli faccia dimenticare tutto ciò che ha intorno.

È un Will nuovo quello che abbiamo davanti, non solo per l’elegante cappotto o per il taglio di capelli che ne sottolinea il ripristinato ordine mentale: è un uomo che, ben lungi in realtà dall’essere in pace con se stesso, sta elaborando una strategia inedita e sottile: già nella cena che consuma a casa di Hannibal, saltano all’occhio delle differenze sostanziali, e i primi passi di una danza di corteggiamento psichicamente contorta ma efficace per far abboccare Hannibal all’esca viva che è Will stesso.

Il nostro giovane eroe è dinnanzi a un’ ignota, pericolosa svolta della propria vita, una rinascita che echeggia anche nell’omicidio trattato nella puntata: quel che a prima vista sembra un gioco macabro di matriosche si rivelerà infatti un pietoso rituale volto ad accompagnare l’anima della defunta nell’aldilà, veicolandola attraverso lo storno al raggiungimento di una nuova, più pura esistenza.

Mentre l’ex agente Graham si lambicca il cervello alla ricerca del colpevole, Hannibal porta avanti la sua relazione con Alana Bloom. Il regista Vincenzo Natali (autore di The Cube) confeziona una scena di sesso solo apparentemente patinata, in realtà adombrata di grigia inquietudine nella sua dissolvenza finale, dalle lenzuola dove i due amanti si avvinghiano al telo che copre un cadavere nel laboratorio della scientifica. Che sia un presagio di morte per la bella Alana?

 

hannibal su-zakana

Vengono inoltre introdotti due personaggi desunti dai romanzi di Harris – uno esplicitamente presentato, l’altro ancora nell’ombra ma già ben delineato. Si tratta dei gemelli Margot e Mason Verger, interpretati rispettivamente da Katherine Isabelle e Michael Pitt. La giovane, rampolla di una famiglia tanto ricca quanto sentimentalmente arida, è paziente del dottor Lecter, cui confessa di voler uccidere il fratello, colpevole di averla sottoposta a continui maltrattamenti fisici e psicologici. Casca bene la fanciulla, non potrebbe essere in mani migliori: non stupisce affatto che l’esito di questi consulti sia il consiglio, da parte di Hannibal, di aspettare il momento propizio per eliminare Mason facendola franca. O, ancora meglio, trovare qualcuno che faccia il lavoro sporco al posto di Margot. Un consiglio strano, dato a una ragazza che si definisce strana da uno psichiatra che, per sua stessa ammissione, è ben più strano di lei. E non c’è alcun peccato nella stranezza, afferma convinto il medico.

Certo, Margot non sa chi ha davanti. Ma Will lo sa, eccome: riprese le sedute di psicoterapia con Hannibal, il giovane ex profiler apre il suo cuore al dottore, artefice e vittima di un’ossessione che lo pone in una situazione delicata e paradossale. Perché tornare nella tana del lupo? Semplice: perché Hannibal è l’unico che possa davvero capire Will, anche se capirlo vuol dire essere al corrente dei suoi istinti omicidi. Ma Hannibal glissa, o almeno ci prova: “Come ti senti a fare di nuovo da consulente a Jack Crawford e all’FBI? L’ultima volta ti ha quasi distrutto.” La risposta di Will non si fa aspettare, arriva come una saetta: “L’ultima volta, tu mi hai quasi distrutto.” E di fronte all’ennesimo tentativo di discolpa da parte del dottore, Will non esita a interromperlo. “Smettila. Non mi aspetto che tu ammetta qualcosa; non puoi”, dice Will al vecchio amico, “preferisco un peccato d’omissione alle bugie sfacciate”. E Hannibal, coinvolto in un gioco a cui non sa rinunciare, accetta il tacito patto. Il pesce ha abboccato.

Da questo momento in poi, Hannibal e Will sembrano precipitarsi (o precipitare) verso il culmine dell’episodio, in un gioco di specchi che crea una climax di rara intensità drammatica. Il caso di omicidio trattato nella puntata vede al centro un meccanismo che ricalca in tutto e per tutto la dinamica della storia tra i due uomini: un presunto colpevole mentalmente instabile, tal Peter Bernardone (palese omaggio a Francesco di Pietro di Bernardone, alias San Francesco, protettore degli animali), in realtà manipolato dal freddo, insospettabile Clark Ingram, assistente sociale che, per definizione di Will, è “qualcuno di cui ti fidi, che credi essere tuo amico, ma di cui poi scopri la vera natura”. E se Peter non è che una versione più sofferente e debole di Will, nell’impassibile Ingram non possiamo non ravvisare le caratteristiche più spiacevoli di Hannibal. Il riflesso è chiarissimo, il parallelo non può sfuggire.

La chiave di lettura dell’episodio è probabilmente data dallo scambio di battute tra Peter e Will, in cui l’ex profiler ammette la propria invidia per l’odio provato dal giovane incriminato, perché “è più facile uccidere, quando sai cosa provi”. Will vorrebbe uccidere Hannibal con le sue mani, l’ha detto senza mezzi termini allo psichiatra stesso; eppure, malgrado la pulsione di morte che lo infiamma, è ancora ben lungi dall’odiare il suo carnefice, perché nulla è semplice nell’universo sentimentale creato da Bryan Fuller. Nemmeno la vendetta.

Come il su-zakana è un piatto giapponese che pulisce il palato tra un piatto e l’altro, così l’episodio che ne porta il nome ci prepara chiaramente a gustare dei sapori del tutto nuovi nei cinque episodi che restano prima della conclusione di questa stagione. E nel concitato finale, in cui è proprio Hannibal a frenare la mano del giovane pronta a commettere un omicidio ben diverso dalla resa dei conti da lui auspicata, Fuller si concede il lusso di un impalpabile tocco di sensualità finora taciuta, che aumenta le già molte contraddizioni del rapporto tra Will e il suo carnefice. È con seducente, vellutata dolcezza che il dottor Lecter accosta il viso a quello del suo ritrovato paziente, sussurrandogli con dolcezza l’atroce verità: la preparazione dell’illustre psichiatra non basta a fargli prevedere le azioni del suo assistito. I sussurri della sua voce arriveranno al bruco attraverso la crisalide di Will – altro chiaro rimando a Il Silenzio degli Innocenti – ma ciò che nascerà deve seguire la propria natura, sia essa tesa verso il bene o verso il male.

E sui due profili accostati si chiude questo capitolo, col sorriso enigmatico di Hannibal a un palmo dal volto ipnotizzato e spaesato di Will, lasciandoci ancora una volta senza punti fermi, scombussolati da nuovi stimoli e pervasi di suggestioni che non mancano di disorientarci e, al contempo, affascinarci.