“Nessun essere umano può dire di conoscerne a fondo un altro, a meno che non lo ami.”

Queste le parole di Hannibal Lecter (Mads Mikkelsen) mentre, legato a un albero, attende la morte direttamente dalle mani del suo acerrimo nemico, nonché paziente, nonché ossessione Will Graham (Hugh Dancy). In realtà, il bizzarro patibolo non è altro che un ennesimo incubo di Will, preda come sempre di parti onirici inquietanti ma rivelatori. Basterebbe questa prima, meravigliosa scena a illustrare il senso di Shiizakana, nono episodio della seconda stagione di Hannibal.

La serie creata da Bryan Fuller aveva già sottoposto il suo pubblico a imprevisti cambi di rotta nelle scorse puntate, preparando il terreno a quello che è, a oggi, il colpo di scena più coraggioso finora mostrato da questo show.

Ma andiamo con ordine: un nuovo caso di omicidio mette l’FBI (nonché Hannibal e Will) di fronte a un delitto efferato quanto anomalo. Se, a un primo esame, le vittime sembrano essere state dilaniate da una bestia feroce, basta poco ai nostri due protagonisti per arrivare alla raccapricciante conclusione: non si tratta di un animale, bensì di un uomo che vuole essere un animale.

La disumanizzazione è uno dei due temi cardine dell’episodio, e affiora non solo in questa ferina catena di omicidi, ma anche nella seduta di terapia di Margot Verger (Katharine Isabelle) col nostro buon Hannibal. “Gli psichiatri che disumanizzano i pazienti sono più a loro agio con trattamenti dolorosi ma efficaci”, dice il dottore alla ragazza, palesando lo scopo della sua terapia: tramutare i propri assistiti in cavie di un esperimento di sopravvivenza che li renda animali, attraverso tre tappe fondamentali enunciate da Will stesso durante un incontro di analisi col dottor Lecter: adattarsi, evolversi, divenire. Shiizakana, in questo senso, ci dà una manciata di indizi illuminanti sul metodo terapeutico di Hannibal: Margot e Will, entrambi suoi pazienti, suscitano il suo interesse perché crisalidi imprevedibili, che possono essere guidate dalla sua mano solo fino a un certo punto. Una volta fuoriusciti dal bozzolo, lo sviluppo delle vite di queste farfalle è del tutto indipendente dal volere dello psichiatra, creando una distanza di sicurezza rasserenante e agghiacciante al tempo stesso.

 

Hannibal - Shiizakana

 

Rispetto all’allegoria religiosa che ha permeato finora lo show, con Hannibal inevitabilmente costretto nel ruolo di Satana, risulta interessante l’inedita lettura in chiave “animale” dei due protagonisti, se non altro da un punto di vista di rapporto tra Bene e Male – temi che, a sentire Hannibal, hanno per la verità poco a che fare con Dio. “Gli animali non hanno colpa” dice Peter Bernardone, anima candida e in pace con la natura, a un Will sempre più impaurito da se stesso. Non è difficile vedere in Hannibal un animale, proprio per il legame strettamente fisiologico che stabilisce con le proprie vittime attraverso il cannibalismo. Il suo istinto predatorio lo rende dunque meno colpevole? E renderebbe meno colpevole Will, qualora si decidesse a cedere a quelli che Hannibal definisce i suoi “istinti più profondi”?

La regola del “conosci te stesso” sembra portare Will a una tragica consapevolezza: se nella prima stagione abbiamo visto il giovane succube di una manipolazione “medica” da parte di Hannibal, figlia di crisi epilettiche indotte e di una volontariamente trascurata encefalite, in queste ultime puntate non c’è scusa farmacologica che tenga. Will sente il bisogno di uccidere, rimpiange la sensazione di potere provata durante l’ormai lontano omicidio di Garret Jacob Hobbs. Vuole uccidere Hannibal, lo ribadisce ancora una volta, e la reazione dello psichiatra sorprende fino a un certo punto: come ha infatti supportato l’istinto omicida della giovane Margot Verger, così spinge Will a scavare a fondo nella propria psiche, costringendolo ad ammettere e abbracciare i propri istinti animaleschi. Ma a che pro? Mera curiosità?
 

Hannibal - Shiizakana

 
Ed è qui che entra in gioco l’altro tema cardine della puntata, ventilato nei passati episodi ma mai esplicitato come in Shiizakana: l’amore. “Nessun essere umano può dire di conoscerne a fondo un altro, a meno che non lo ami”, diceva Hannibal a inizio puntata, aggiungendo che “attraverso questo amore, vediamo il potenziale di colui che amiamo. Attraverso questo amore, permettiamo al nostro amato di vedere il suo potenziale. Esprimendo questo amore, il potenziale del nostro amato si concretizza.” Una dichiarazione schiacciante, pura e definitiva da parte del dottore, che umanizza in modo contorto ma credibile la sua missione di “criminalizzazione” di Will. È pur vero che la frase è parte di un sogno del giovane profiler, ma la dice lunga sulla percezione del rapporto col suo ex carnefice. Hannibal, dunque, ama Will – o almeno così crede quest’ultimo.

Non si può non pensare al rapporto del dottore con Alana Bloom, che ha ormai assunto i tratti di una manipolazione scevra da coinvolgimenti emotivi. Hannibal non vede alcun potenziale evolutivo nella bella collega; dall’altra parte, ha un’attenzione ossessiva nei confronti di Will. Il medico-cannibale ne vede il potenziale, e ne rende il giovane conscio attraverso il ricordo delle sensazioni provate di fronte all’opportunità di uccidere ancora. Infine, concretizza questa tendenza nella sublime, sconvolgente scena finale in cui, sulle note del Requiem di Gabriel Fauré, Will gli presenta il risultato della sua prima caccia – per la verità, poco più di un’autodifesa. “Direi che ora siamo pari”, dice il giovane, alludendo ai ripetuti tentativi di eliminazione l’uno dell’altro; ma il pubblico sa che l’evoluzione di Will è appena iniziata. Sebbene il suo intento iniziale fosse consegnare un feroce assassino alla giustizia, il percorso per il suo fine ultimo attraversa il lato più oscuro della sua anima, tramutandolo in ciò che sta tentando di combattere da ormai due stagioni. La sua strategia si sta rivelando efficace quanto fatale: il pesce ha abboccato all’amo, ma l’esca è divenuta essa stessa un predatore.

Hannibal non è riuscito a manipolare Will con la malattia indotta; ma adesso, in maniera del tutto inattesa e moralmente inedita nella storia della televisione, lo guida alla ricerca di una “pelle” che gli calzi a pennello, portandolo alla piena consapevolezza di sé, anche a rischio della sua stessa vita. Lo sta tramutando in belva attraverso l’amore, continuamente sovrapposto alla morte nei discorsi tra i due uomini. Se la ricerca dell’intimità attraverso l’atto sessuale è fuori discussione per una coppia che si è dimostrata, almeno finora, al riparo da qualsiasi imparziale lettura omoerotica, la loro innegabile attrazione platonica viene sublimata nell’istinto di morte, e non di una morte qualunque: ecco spiegato il costante insistere sul contatto fisico durante l’omicidio che Will sogna di perpetrare – l’omicidio di Hannibal – e sul desiderio, da parte di entrambi, di far culminare la loro resa dei conti in qualcosa che vada al di là del freddo scatto di un grilletto. “Non c’è intimità in una pistola”, dice Will ad Hannibal, solleticando una propria pulsione violenta ormai impossibile da celare. Ed è proprio quella pulsione, quel bisogno di potere animalesco e insopprimibile che Hannibal vede in Will attraverso gli occhi di un amore sempre più perturbante e intenso.

In conclusione, Shiizakana ci dimostra una volta per tutte come amore e intimità siano, per Hannibal, ancestralmente legati alla morte, poiché è questa l’unica via che egli conosce per poter esprimere il proprio mondo sentimentale. Non c’è tenerezza romantica in questo, solo un baluginio sinistro nell’oscurità per un’anima destinata, altrimenti, a una totale solitudine. Certo, è un concetto d’amore ancora tutto da definire, lontano dai canoni rassicuranti e mielosi cui la televisione ci ha abituati; ma una declinazione così irregolare e spregiudicata di un sentimento tanto abusato, in armonico accordo con uno show che si sforza costantemente di scrostare la ruggine dai cardini della narrazione tradizionale, è il frutto più perfetto che questa semina sanguinaria potesse generare. Non resta che aspettare gli ultimi quattro episodi, per accertarsi che il coraggio finora dimostrato trovi degno compimento nel finale di una stagione che, a oggi, ha tutte le carte in regola per essere definita memorabile.