“Manteniamo salde le nostre posizioni di fronte a un orizzonte di caos”. Questa la frase pronunciata da Hannibal Lecter (Mads Mikkelsen) mentre versa da bere al suo amico-nemico Will Graham (Hugh Dancy), preparandosi alle nubi di tempesta che si avvicinano sempre più a turbare la sua quiete domestica costellata di efferati omicidi. E il caos sarà sicuramente al centro dell’ultimo episodio, come fa presagire questo Tome-Wan. Arrivati a un passo dalla conclusione della seconda stagione di Hannibal, è esemplare la costanza con cui lo show creato da Bryan Fuller ha perseguito, dall’inizio alla fine, un ideale di ricchezza narrativa che ha conciliato estensione (un’impeccabile gestione di ogni linea narrativa) e profondità (una stratificazione di sottotesti tra i più raffinati ed eclettici che la televisione recente ricordi).

Tome-Wan trascina lo spettatore in un baratro bizzarro e grandguignolesco, che sviluppa in soli quaranta minuti le tematiche certo non semplici su cui è incentrato. La prima metà della puntata è un susseguirsi di dialoghi a due: Hannibal e Will, Jack Crawford (Laurence Fishburne) e Will, Jack e Bedelia Du Maurier (Gillian Anderson), Hannibal e Mason Verger (Michael Pitt). Questa catena di scene che, sulla carta, potrebbero somigliarsi, è tradotta in immagini che, grazie all’attenta regia di Michael Rymer, veicolano al meglio il messaggio sotterraneo della sceneggiatura. Se tutti gli altri dialoghi sono contraddistinti da primi piani isolati dei personaggi, la sequenza tra Hannibal e Will mostra infatti una suggestiva anomalia: i piani dei due uomini sono parzialmente eclissati, di volta in volta, l’uno dalla quinta sfocata dell’altro, in un gioco di complementarità che li unisce indissolubilmente rispetto agli altri. E ciò avviene in una scena che sancisce, una volta per tutte, il “noi contro il mondo” che è stendardo – non sappiamo quanto sincero – di questa coppia ormai da metà stagione. Dopo aver sagacemente messo in evidenza la sistematica rimozione, da parte di Hannibal, di ogni legame sentimentale nella sua vita, Will asserisce con lapidaria – e vagamente lusingata – rassegnazione: “Tu non vuoi che ci sia altro, nella mia vita, all’infuori di te”. Lo psichiatra risponde laconico “voglio solo il meglio per te”, proclamandosi – nemmeno troppo velatamente – scelta ideale e obbligata per il destino di Will. E Will, da parte sua, non sappiamo quanto per strategia e quanto per sincera consapevolezza, lo asseconda. “Hai ragione. Tu sei solo quanto me. L’uno senza l’altro, siamo completamente soli.” E proprio la solitudine si configura come asse portante dell’episodio, creando un assetto di guerra in cui ogni personaggio sembra combattere una battaglia a sé stante. “Nulla ci rende più vulnerabili della solitudine”, ammonisce una rediviva Bedelia Du Maurier, scovata dall’FBI e interrogata giusto il tempo di una confessione e, cosa più rilevante, di un inquietante monito: “Se pensate di essere sul punto di acciuffare Hannibal Lecter, è solo perché lui vuol farvelo credere. Non pensate neppure per un momento che non abbia sotto controllo quanto sta avvenendo.” In un episodio quasi tutto al maschile – Alana Bloom non compare e a Margot Verger sono riservate due brevi scene, di cui l’ultima è quanto di più vicino a un happy ending si possa desiderare – fa piacere ritrovare Bedelia: la speranza è di rivederla anche nelle prossime stagioni, visto l’egregio lavoro svolto, sulla carta, dal personaggio e, sullo schermo, dall’attrice.

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La solitudine, tuttavia, può giocare scherzi anche a un vecchio lupo come Hannibal: e se, da un punto di vista metaforico, egli può permettersi di fare di tutta l’erba un fascio, unendo cacciatori e prede in un ideale piatto da divorare per intero, nella vita pratica le situazioni non sempre volgono a suo vantaggio. Eccolo dunque finire legato come un salame a casa di Mason Verger, che non vede l’ora di renderlo cibo per i suoi amati maiali, educati con pazienza al cannibalismo. Ma Mason ha fatto male i suoi calcoli, e nel momento in cui porge nientemeno che a Will il coltello con cui tagliare la gola ad Hannibal, commette l’errore fatale. Certo, abbiamo visto Will fantasticare, come di consueto, di uccidere di Hannibal in circostanze praticamente identiche; l’abbiamo visto tranciare di netto, nella sua mente, la gola dello psichiatra legato, per essere irrorato dal sangue della sua vittima, in una scena a metà tra il rito sacrificale e connotazioni freudiane fin troppo ovvie per dover essere spiegate – nonché opposte all’eliminazione intesa come rimozione, laddove Will finisce per essere completamente imbevuto di Hannibal. Ma Will non è una banderuola al vento, vittima indifesa delle proprie pulsioni animali: conscio della necessità di salvare Hannibal per poterlo consegnare alla giustizia, lo vediamo liberare in un sol colpo il suo peggior nemico, scatenando l’ira degli scagnozzi di Verger. Colpito alla testa, Will perde i sensi: ciò che ne segue è un climax di orrore e ironia di inedita spregiudicatezza, e chi scrive si sta ancora domandando dove la NBC abbia trovato il coraggio per trasmettere, benché in seconda serata, delle immagini tanto cruente.

Tome-Wan presenta colori più stridenti e grotteschi rispetto ai precedenti episodi, e la scelta non è casuale: lo script è tutto solcato da un sottile quanto efficace umorismo, concentrato nei momenti di maggiore intensità: il risultato è un’alienante miscela che unisce situazioni e battute da commedia nera a una salsa che, forse per la prima volta, si stacca con decisione dal thriller per abbracciare del tutto il genere horror. E se il pubblico difficilmente potrà dimenticare l’immagine di Mason Verger (un folle, bravissimo Michael Pitt) che si scarnifica il proprio volto per darlo in pasto ai cani, il terreno all’assurdità di questa scena, osservata da Hannibal e Will con freddo compiacimento, è stato preparato sin dalle prime battute: ed echeggia nelle orecchie quel “Mason Verger è un maiale, deve diventare il bacon di qualcuno” detto da Will a un Hannibal maliziosamente complice a inizio puntata.

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Attraverso la figura mai realmente minacciosa ma sempre velata di ridicolo di Mason, Tome-Wan riflette in modo lucido sul lato meno elegante del male, contrapposto all’artistico massacro di Hannibal. Mason che si taglia via la faccia e si ciba del proprio naso è una delle scene più raccapriccianti e, al contempo, divertenti che questo show visionario ci abbia regalato finora: nei gesti sgraziati dell’uomo, preda della droga (le sue allucinate visioni ricordano i deliri psichedelici di Aronofsky in Requiem for a dream) non c’è nulla della raffinata maestria criminale del dottor Lecter; e questo porta il pubblico di fronte al paradossale assioma che, benché Mason non stia uccidendo nessuno, ciò che sta facendo è specchio di un’anima più ributtante di quella del serial killer cannibale. Fuller ama i paradossi, e Hannibal è stato costruito quasi interamente su di essi e sul senso di precaria relatività delle leggi morali, quella stessa precarietà che rende Will Graham un brav’uomo e, al tempo stesso, l’ideale compagno d’arme e di vita.di un feroce assassino.

La puntata si chiude con un invito allo smascheramento: Will esorta Hannibal a rivelarsi a Jack Crawford quale assassino, suggerendogli un epilogo violento per l’agente federale. Benché tutto ciò rientri in un accurato piano di manipolazione di cui ci sono già stati mostrati i passaggi salienti, un margine di dubbio sulle reali intenzioni di Will resta comunque. Il rapporto di co-dipendenza instaurato con lo psichiatra va ben al di là della macchinazione ordita con Jack, è qualcosa che affonda le radici nella psiche di entrambi gli uomini, e che li unisce e li fortifica. Dopo aver tanto parlato d’amore, Fuller decide di lasciarci, alla vigilia del gran finale, con una suggestione molto significativa. Nella scena conclusiva, Hannibal è nel suo studio, intento a disegnare la struggente scena del pianto di Achille sul corpo morto di Patroclo, derivata dall’Iliade. Patroclo, spiega lo psichiatra a Will, morì indossando l’armatura di Achille. Morì per lui e fingendo di essere lui, lasciando Achille completamente solo. Chi conosce la mitologia classica – e Fuller, ne siamo certi, ha scelto questo particolare momento dell’Iliade con cognizione di causa – non faticherà a leggere, in questo parallelismo piuttosto coraggioso, il tragico epilogo di una delle storie d’amore più iconiche che l’epica ci abbia lasciato in eredità. Un’ultima dichiarazione da parte di Hannibal, e stavolta non siamo nei sogni/incubi di Will. Stavolta, è lo psichiatra a parlare: allo spettro dell’istinto manipolativo si sovrappone, ben più potente, il terrore di una solitudine da cui il rapporto con Will sembra essere l’unica fuga possibile. “Achille avrebbe desiderato che tutti i greci morissero”, spiega Hannibal a Will, “cosicché lui e Patroclo potessero conquistare Troia da soli”. E la sorprendente replica del giovane toglie ogni ragionevole dubbio su eventuali fraintendimenti. “Non è sostenibile. Finiremmo per esser presi.” Will ha capito, il Patroclo in questione è proprio lui, e per Hannibal, al di là della loro relazione, non esiste altro che un orizzonte di solitudine in cui giocare a essere dio fino alla fine dei suoi giorni. La paura della solitudine potrebbe essere il punto vulnerabile di questo Hannibal novello Achille, che nel suo spasmodico bisogno di condivisione rischia di perdere il controllo della propria scacchiera, ritrovandosi al fianco un Will che, spogliate le vesti dell’amorevole Patroclo, chiuda per sempre la partita in poche rapide mosse. Solo l’episodio finale, Mizumono, potrà toglierci ogni dubbio sulla strada che il buon Will, di fronte al più importante bivio della propria travagliata vita, deciderà di intraprendere. Qualunque sia la sua scelta, comporterà sacrifici dolorosi e una prevedibile, travolgente ondata di emozioni per il pubblico. Se il buongiorno si vede dal mattino, il crepuscolo di questa stagione si sta affacciando su una notte che si preannuncia essere davvero indimenticabile.

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