Per molte serie, il finale di stagione è una sorta di prova del nove, che si assume l’ingrato compito di tirare le fila di tutte le linee narrative, per unirle in un nodo che concluda un capitolo per dischiudere nuovi orizzonti. In una serie come Hannibal, che nella seconda mirabolante stagione non ha mai lesinato colpi di scena, l’ultimo episodio rischiava seriamente di deludere le aspettative, specie considerando quanto lo show avesse puntato in alto finora, in termini di tensione tra i personaggi. La deflagrazione, in breve, doveva essere all’altezza dell’eccezionalità finora prospettata.
Niente paura: Mizumono è una bomba. Lo è sin dalle prime inquadrature, contrassegnate dall’incessante ticchettio di un meccanismo a orologeria che è inquietante prodromo dell’esplosione finale. Ogni fotogramma concorre alla sua bellezza mozzafiato, ogni pennellata conferisce unicità al quadro finale. L’acqua è l’elemento predominante nella raffinata regia di questa puntata, diretta con maestria da David Slade. Non solo nelle fenomenali inquadrature a rallenty sotto la pioggia, ma anche nei suoi intensissimi primi piani, dove le sfocature esasperate suggeriscono un’umidità propria dell’occhio sul punto di lacrimare. C’è tanta ricerca, dietro la regia di Mizumono. Potremmo dire tanta arte, perché di questo si tratta.

Per la sua ricchezza di eventi, ma ancor più per il suo incredibile carico emotivo, l’episodio sembra più un finale di serie che non di stagione. La catastrofe è imminente, la seconda metà della stagione ha preparato il terreno alla resa dei conti tra Will Graham (Hugh Dancy) e Hannibal Lecter (Mads Mikkelsen): gli equilibri tra i due amici, costruiti con tanto impegno da ambo le parti, stanno per spezzarsi. Come sempre, la sceneggiatura di ferro dell’equipe di Bryan Fuller sfugge ai cripticismi, evidenziando subito le tematiche centrali dell’episodio: perdono e sacrificio. Quest’ultimo viene introdotto in un significativo faccia a faccia tra Bella Crawford (Gina Torres), ormai malata terminale, ed il suo suo sgradito salvatore Hannibal. “Non puoi semplicemente scegliere di perdonare… Avviene, e basta” dice la donna, e mai come in questo episodio Hannibal si troverà a doverle dar ragione. C’è una fatalità, nelle sue parole, che fa riflettere su quanto il mondo dei sentimenti non possa essere imbrigliato nemmeno dalla stretta ferrea dell’algido psichiatra-cannibale. Da parte sua, Will è a un bivio: da un lato, il suo senso di giustizia lo spinge ad aiutare Jack Crawford (Laurence Fishburne), che sta mandando in malora la sua carriera di agente federale pur di mettere le mani sullo squartatore di Chesapeake. Dall’altro, c’è Hannibal e la misteriosa co-dipendenza reciproca instaurata con lui; Hannibal che gli profila la fuga dalla sua vecchia vita, verso un futuro privo di punti fermi che non siano, semplicemente, loro due insieme. Sempre più stressato dal doppio gioco che è costretto a fare con i suoi due amici – perfettamente simboleggiato da un inquietante split screen – Will deve compiere una scelta. Cosa deciderà il buon profiler?

A sbloccare la situazione, ci si mette – indirettamente – Freddie Lounds (Lara Jean Chorostecki), fenice risorta dalle proprie ceneri, che ha con Will un rapido incontro che non sfugge all’olfatto sopraffino di Hannibal: lo psichiatra riconosce il profumo della giovane, fino ad allora creduta morta, sugli abiti dell’amico e, da quel momento, sa di non averlo dalla propria parte. Ma, come Bella aveva accennato, il perdono è qualcosa che non si può controllare: Hannibal è infatti disposto a perdonare a Will. A cena, dopo aver gustato un simbolico agnello, pone il giovane di fronte a un’allettante opportunità: “Potremmo sparire adesso. Stanotte. Dai da mangiare ai tuoi cani, lascia un biglietto ad Alana e usciamo per sempre dalla sua vita e da quella di Jack. Quasi educatamente.” L’invito era già stato pronunciato, in forma implicita, al termine della scorsa puntata, Tome-Wan, attraverso il parallelismo con Achille e Patroclo, pronti a rinunciare a tutto fuorché alla loro amicizia. Ad Hannibal basterebbe Will, non avrebbe bisogno di Jack come agnello sacrificale. Ma Will rifiuta la mano tesa che Hannibal, contro ogni logica criminale precedentemente vista, gli sta offrendo. Ignaro di essere stato scoperto, rifiuta il suo perdono per il tradimento ed esige che Jack ottenga la verità. E alla verità, nonché alle sue conseguenze, brinda quindi Hannibal, conscio di alzare il calice anche alla fine della relazione con Will. A questo punto, il cuore del dottore è irrimediabilmente rotto: qualche agnello dovrà essere sacrificato.

Veniamo, dunque, alla resa dei conti. Il primo a presentarsi alla porta di Hannibal è Jack. Torniamo così all’incipit del primo episodio, Kaiseki, e al combattimento senza esclusione di colpi tra i due uomini. È Jack ad avere la peggio, in un duello in cui non vince il più forte ma il più furbo. Ma ecco comparire, armata di pistola, la bella Alana Bloom (Caroline Dhavernas), finalmente consapevole dell’indole assassina del proprio attuale compagno, dopo due stagioni passate a sbagliare continuamente bersaglio. “A tua discolpa, ho lavorato duro per accecarti”, ammette Hannibal, mentre mostra magnanimamente alla donna una via di fuga. “Fai la cieca, Alana. Non fare la coraggiosa. Vattene, non verrò a cercarti.” Ancora una volta, a sorpresa, Hannibal se la sente di perdonare. Sono gesti di pietà di un assassino ben diverso dal killer senza cuore che abbiamo conosciuto finora. Ma Alana preme il grilletto, invano – Hannibal ha precedentemente rimosso i proiettili – e si trova inseguita dall’ex amante, arroccata nella camera da letto scenario di tanti intermezzi amorosi tra i due. Sorprende fino a un certo punto che, dall’oscurità, emerga nientemeno che Abigail Hobbs (Kacey Rohl), data per morta alla fine della prima stagione e in realtà nascosta da Hannibal, suo padre spirituale. In una scena visivamente splendida dove non si può non ravvisare un richiamo al prologo di Antichrist di Lars von Trier, la ragazza spinge Alana giù dalla finestra, non senza aver dimostrato un sincero dolore per ciò che il suo mentore l’ha costretta – e ancora la costringe – a fare. Will arriva finalmente a casa Lecter, trovando Alana in fin di vita sul marciapiede e precipitandosi all’interno, giusto in tempo per scoprire la resurrezione di Abigail dal regno dei morti e fronteggiare Hannibal nella scena più intima e dolente finora offerta dallo show. “Non potevamo andarcene senza di te”, dice Hannibal, e Will accoglie con sguardo trepidante la carezza che lo psichiatra imprime sul suo volto: ma basta un attimo, e questo gesto di tenerezza lascia spazio all’orrore. Piangendo, Hannibal accoltella Will all’addome, serrandolo in un abbraccio disperato che ha il sapore di un congedo non solo dall’amico, ma dalla fiducia che gli aveva ingenuamente accordato.

Le lacrime di Hannibal di fronte a Will, primo e unico essere umano cui ha concesso le chiavi della propria anima, è l’acme di una stagione che ha puntato anzitutto sulla costruzione di un mondo sentimentale coerente, per quanto bizzarro. E vale la pena, alla fine di un cammino che non ha conosciuto sbavature, sottolineare l’eccezionalità delle performance di Hugh Dancy e Mads Mikkelsen, che nel loro mortifero amplesso finale riassumono la complessità di un legame misterioso, distruttore e creatore al tempo stesso. Più dell’infatuazione di Alana per Hannibal, o di quello di Will per Alana, ciò che resterà negli occhi degli spettatori è quello straziato e straziante abbraccio insanguinato tra vittima e carnefice, e nelle orecchie riecheggerà la struggente melodia che accompagna il dialogo forse più carico d’amore e disperazione che sentiremo mai pronunciare in questo show: “Ti ho permesso di conoscermi. Di vedermi” dice Hannibal con la voce rotta dal pianto a Will agonizzante. “Ti ho fatto un dono raro. Ma tu non l’hai voluto.” C’è un dolore inedito e del tutto impensabile in queste parole, il lamento di un amante illuso e mai realmente corrisposto. “Pensavi forse di potermi cambiare, come io ho cambiato te?” chiede infine. “L’ho già fatto”, risponde il giovane. E Hannibal sa, in cuor suo, che Will ha ragione, che il suo antico nemico l’ha spinto su una strada ignota e sconvolgente. Non era previsto spazio per la pietà, per la compassione, nella vita dello squartatore di Chesapeake. Non era previsto spazio per l’amore. Ma Will ha scombussolato i piani, ha sovvertito senza nemmeno rendersene conto gli orizzonti dello psichiatra. Hannibal ha ricomposto per lui una tazza rotta, Abigail; ha messo in discussione il proprio passato e assaporato il gusto della condivisione; ma Will, messo alle strette, gli ha voltato le spalle.

“Ti perdono”, dice finalmente Hannibal all’amico, immerso nella pozza del proprio sangue. “E tu, mi perdonerai?” sussurra, poco prima di sgozzare Abigail, sotto lo sguardo impotente e disperato dell’altro. Dopo aver visto il serial killer all’opera tante volte, quest’ultimo gesto si distingue dai precedenti delitti. È un atto di resa, quasi di ripicca, volto a smentire la pretesa di Will di averlo davvero cambiato. Proprio per questo, per la prima volta, riusciamo se non a capire, almeno a intuire il mondo interiore di Hannibal. L’amore l’ha distrutto: dopo aver pianificato un futuro con Will e Abigail, messo di fronte al tradimento della sola persona per cui provasse sentimenti non distruttivi, altro non gli resta che recidere l’unico vincolo che ancora lo lega all’uomo; rompe la tazza che aveva risparmiato, tagliando la gola ad Abigail sotto gli occhi del suo traditore. Alla fine, Achille ha soppresso il suo Patroclo: e anche se l’episodio si chiude con Hannibal apparentemente vincitore, sotto la pioggia che lava via sangue e lacrime dal suo volto, e con Will in bilico tra la vita e la morte, il pubblico sa che il dottore ha in bocca l’amaro sapore di una sconfitta tremenda. Will ha un’ultima visione, mentre boccheggia nel sangue: il minaccioso cervo nero che ha infestato i suoi incubi è ormai innocuamente steso sul pavimento, esattamente come lui. Poco importa che, dopo i titoli di coda, ci venga mostrato Hannibal su un aereo, diretto verso la libertà insieme alla sua analista, Bedelia Du Maurier (Gillian Anderson), il cui ruolo negli ultimi eventi verrà certo chiarito nella prossima stagione. Alle sue spalle, lo psichiatra lascia quattro persone morenti e il fantasma di una gemmazione sentimentale precocemente uccisa. La partita, stavolta, sembra persa per tutti.

In conclusione: non c’è se e non c’è ma, Mizumono è una perla rara. Assurge a capolavoro mattone dopo mattone, in una costruzione che è torre perfetta e incrollabile, ed è davvero difficile trovare precedenti tanto coraggiosi e struggenti nella storia della televisione. Mai è stato raccontato, in una serie al confine tra thriller e horror, un amore platonico così credibile, che prescindesse da connotazioni sessuali per affondare le mani negli anfratti più oscuri dell’animo umano. Alla fine di una stagione memorabile sotto ogni punto di vista, cresce a dismisura l’ansia e l’aspettativa per la prossima tranche di puntate. Ma c’è da stare tranquilli: Fuller ha dimostrato di saper maneggiare con disinvoltura la materia letteraria d’origine, donandole un nuovo smalto fatto di suggestioni visive sublimi e sceneggiature pregne di profondità e ritmo. Certo, Hannibal potrà cambiare ambientazione, nuovi personaggi potranno arrivare a sostituire i vecchi; ma ci si può mettere la mano sul fuoco, manterrà immutato il suo impavido istinto a osare.