“Bonsoir” dice il compassato dottor Hannibal Lecter (Mads Mikkelsen) alla prima vittima sacrificata sull’altare della sua fame mostruosa in Antipasto, brillante esordio della terza, insperata stagione di Hannibal. Non ha perso l’abitudine di mangiare educatamente i maleducati, ma nella sua fuga in giro per l’Europa, accompagnato dall’affascinante ex psichiatra Bedelia DuMaurier (Gillian Anderson), ha aggiunto un dettaglio di non poco conto: dopo aver divorato a Parigi il professor Roman Fell (che nome evocativo!) e signora, pensa bene di fagocitarne – e quindi acquisirne – anche l’identità. La complicità di Bedelia è coatta, non ci vuole molto a capirlo, ma la regia non si accontenta di trovate didascaliche per mostrare la scomoda posizione della bella dottoressa: eccola quindi immergersi in un bagno fatto di acqua inspiegabilmente scura e avvolgente, che riecheggia chiaramente la memorabile sequenza del sogno di Alana in Mizumono, ultimo episodio della passata stagione. Basta questo, senza eccesso di spiegazioni, a far capire che la favola romantica tratteggiata sulle note di un valzer è solcata di crepe agghiaccianti e tenuta insieme da uno stucco fatto di orrore.

Tuttavia, persino Hannibal può essere incline alla nostalgia, e mentre Bedelia cerca di farsi notare – o almeno, così è logico supporre – attraverso le telecamere di sorveglianza della stazione di Firenze, il nostro (anti) eroe si lascia avvicinare da Antony Dimmond (Tom Wisdom), un ammiratore che, per una serie di sfortunate coincidenze, sa bene che chi ha davanti non è il professor Fell, ma qualcuno che ha presumibilmente fatto fare una gran brutta fine al suddetto. Antony non è certo un ammiratore qualsiasi, quando esplicita ad Hannibal la propria intenzione a non recarsi dalla polizia per denunciarlo; qualora non fosse bastato il suo taglio di capelli e la sua chiara, subitanea fascinazione nei confronti del nostro buon cannibale, è la ricerca di complicità a creare un parallelo evidente quanto interessante con il grande assente di questa puntata, Will Graham (Hugh Dancy), colui che spezzò il cuore di Hannibal tradendone la fiducia nel sanguinoso finale della seconda stagione. E l’allusione a questo cuore spezzato trova compimento nel macabro allestimento con cui l’episodio si chiude, che costituirà il presumibile oggetto d’indagine della seconda puntata. Morale della favola: tocca stare in guardia perché, stavolta, Hannibal non è disposto a fidarsi di nessuno.

Questo esordio di stagione riesce in ciò che sembrava impossibile: distaccarsi ulteriormente dalla grammatica televisiva per veleggiare verso le acque più profonde del cinema d’autore, sapientemente miscelate con quelle del cinema di genere. C’è molto Hitchcock e qualcosa di Argento (che echeggia anche nelle suggestive note della colonna sonora, firmata ancora una volta da Brian Reitzell) nelle atmosfere di Antipasto, ma c’è anche una rarefazione narrativa che consente una piena libertà visiva: ecco quindi un gioco di colori e formati per i bellissimi flashback con Abel Gideon (Eddie Izzard) – che, nell’orrore simbolico del proprio graduale autocannibalismo, assume quasi più spessore psicologico da morto che da vivo – o con il paziente ucciso da Bedelia (Zachary Quinto).

Come detto, però, manca qualcosa in questo incipit, qualcosa la cui assenza aleggia per tutto il corso della puntata: manca Will Graham. Al di là della banalità della constatazione oggettiva, l’esclusione del profiler da Antipasto pone il pubblico di fronte a uno scenario di inedita glacialità. Attraverso Will, abbiamo compreso – e, talvolta, persino amato – Hannibal; senza di lui, restiamo spettatori di un massacro impenetrabile dall’esterno, mancando della chiave d’accesso al mondo sentimentale dell’ex psichiatra. E questo, benché la promozione a pieni voti dell’episodio sia fuori discussione, pesa sensibilmente sul coinvolgimento emotivo del pubblico.

Certo, Bedelia rappresenta comunque un interessante punto di vista, trascinata in un vortice d’orrore in qualità di spettatrice che diviene, in virtù di quell’assenza di moralità predicata da Hannibal, partecipante dei delitti dell’uomo. Precipitata per sempre dallo stato di grazia a causa del peccato originale di cui si è macchiata una sola volta, Bedelia è ora succube di un dio carnefice cui ha avuto la sventura di chiedere aiuto un tempo. Ma il Diavolo esige il proprio compenso, e in Antipasto si sono delineate fin troppo chiaramente delle dinamiche faustiane che vedono la dottoressa in una posizione di palese svantaggio rispetto al suo ben più sanguinario collega. Siamo lontani dalle articolate dinamiche di gioco che abbiamo imparato a conoscere nelle prime due stagioni, la belva è ormai libera dai propri vincoli e può essere chi vuole, giocare con la propria identità senza badare a una reputazione che può ricostruire da zero di volta in volta.

Il tabù è rotto, il velo del tempio squarciato: Hannibal torreggia per la prima volta in tutta la propria statuaria mostruosità (emblematica la scena di nudo post-doccia, dove dichiara a una circospetta Bedelia di essersi liberato dei “panni da umano” con cui ha celato la propria infernale natura). Urge nello spettatore la pulsione empatica col personaggio di Will, ma ciò che si perde in sentimento – che, in Hannibal, non è mai sentimentalismo – lo si guadagna in inquietante bellezza. Punta in alto Bryan Fuller, l’ha sempre fatto e con Antipasto sembra aver superato il proprio stesso limite: nutriamo la viva speranza che il coraggio venga ricompensato, garantendo a questo – per ora – insuperato gioiello televisivo una longevità che vada ben oltre questa terza, promettente stagione.