“Una lettera d’amore scritta su un uomo spezzato.”

Non ci sarebbe miglior epigrafe per Primavera, secondo episodio della terza – e speriamo davvero non ultima, a dispetto del rating sempre più desolante – stagione di Hannibal. Seguendo l’impavido percorso visionario già tracciato in Antipasto, Primavera ne conserva lo stile onirico e la sublime componente estetica, concentrandosi però quasi unicamente sul punto di vista dell’altro grande protagonista della serie: Will Graham (Hugh Dancy). Lo fa in modo inaspettato, riprendendo pedissequamente la sconvolgente scena finale di Mizumono. Scelta che potrebbe destare perplessità, ma che risulta fondamentale al fine di ribadire quanto viscerale fosse il legame tra Will e Hannibal Lecter, e quanto traumatica sia stata, di conseguenza, la rottura.

Sarebbe stato legittimo aspettarsi un Will Graham che, rimessosi in sesto dopo essere stato in bilico tra la vita e la morte per colpa dello psichiatra-cannibale, non vedesse l’ora di dare la caccia al proprio ex amico, per vendicarsi della ferita e, cosa ancora più importante, del tragico epilogo di quella fatidica notte in cucina. Sarebbe stato legittimo, sì; ma sarebbe stato troppo semplice. Hannibal ci ha abituati da sempre a un perfetto slalom tra i cliché, arrivando a sfiorarli senza mai incapparci realmente. Primavera non fa eccezione, e aggiunge un tassello alla costruzione di un’amicizia che, anche nella sua distruzione, rinnega gli stilemi machisti della vendetta dura e pura, per avvicinarsi ancora una volta alla sfera dell’amore platonico o, per meglio dire, dell’irresistibile ascendente reciproco.

Dopo una puntata come Antipasto, volta a costruire l’aspetto mostruoso di Hannibal, non sorprende che Primavera irrompa negli occhi e nel cuore dello spettatore con la potenza deflagrante di una bomba, incarnata dal volto di una Abigail Hobbs (Kacey Rohl) apparentemente in ottima salute. Riecheggia nella memoria il breve ma straziante scambio di battute tra Will e Hannibal in Mizumono: “Credevi di potermi cambiare come io ho cambiato te?” chiedeva lo psichiatra, dopo aver ferito – ma non ucciso – metà del cast in dieci minuti. “L’ho già fatto”, rispondeva il profiler, premendosi la vita nel corpo contro il flusso di sangue che usciva a fiotti dalla ferita appena aperta dall’amico/nemico.

Chiunque, all’indomani di quel dolente finale di stagione, avrebbe scommesso sulla morte di Abigail, agnello sacrificale e ideale vittima del sanguinario sodalizio tra Hannibal e Will, e sarebbe stato invero folle lasciare che, dalla notte del massacro in casa Lecter, uscissero tutti incolumi. Ma gli autori non rinunciano alla possibilità di giocare tra sogno e realtà, e proiettano sullo schermo i rimpianti sentimentali di un Will Graham che, ne abbiamo fin troppe prove, è ben lungi dall’aver dimenticato Hannibal, nel bene e nel male. Ci illudono che Hannibal abbia risparmiato Abigail, e lasciano che Will si culli ancora un po’ nell’idilliaco miraggio che un altro finale alla sua relazione con Hannibal sia ancora possibile.

Ma il sogno si rompe, e Will deve fare i conti con una realtà mai stata tanto dolorosa e inquietante (la sequenza del cadavere mutilato che si rianima con tanto di palco di corna è l’acme di orrore fantastico dell’intera serie, e riporta alla mente gli incubi visivi più spaventosi del cinema di Guillermo del Toro). Se la ferita inferta dal coltello è ormai rimarginata, la ferita inferta dalla tormentata amicizia con Hannibal è ancora aperta, e le sue conseguenze oscillano continuamente tra sofferenza e piacere, lasciando Will sempre più incerto su dove i propri sentimenti siano schierati, ormai logicamente consapevole dell’illogicità del cuore. Lo dichiara senza giri di parole all’ispettore Rinaldo Pazzi (uno splendido Fortunato Cerlino, che non fa rimpiangere la versione gianniniana del medesimo personaggio), vittima anch’egli di Hannibal senza esserne ancora rimasto ucciso, ma già irrimediabilmente condannato alla rovina dalla ventennale missione di caccia iniziata dinnanzi alla Primavera di Botticelli – da cui il titolo dell’episodio.

Ma in fondo, l’eleganza è più importante della sofferenza. Will è rimasto segnato, muove la bocca e sentiamo le parole di Hannibal fuoriuscirne, in un gioco di rimbalzi che seduce e atterrisce al tempo stesso: lo spietato serial killer ha assorbito l’emotività del giovane profiler, ricambiando il dono con un carico di relativismo. La tazza che si era rotta è stata ricomposta, ma stavolta non si tratta di Abigail, no; mentre osserviamo il meraviglioso montaggio alternato dell’operazione su Will e dell’autopsia sul cadavere della ragazza, sappiamo per certo che il ritorno alla vita del profiler è puramente fisiologico, e che una parte del Will che conoscevamo è irrimediabilmente morta in Mizumono, assieme alla sua protetta. Ciò che è sopravvissuto porta impresso l’elegante marchio di Hannibal Lecter. “Dopo tutto quello che ti ha fatto, andresti ancora da lui?” chiede Will a un’Abigail che, lo capiamo ben presto, è una sua mera proiezione mentale. Non lo sta chiedendo alla ragazza morta, lo sta chiedendo a se stesso; e la risposta affermativa che si dà sancisce, a prescindere dalla cattura di Hannibal nel proseguio della storia, che il rapporto tra i due uomini è ancora tutto da (ri)definire.

Non si può immaginare miglior chiusura, per un episodio così prepotentemente sentimentale, della scena finale nella cripta della Cappella Palatina, dove la caccia ad Hannibal da parte di Pazzi si alterna alla commossa ricerca, da parte di Will, dell’unico amico che abbia mai avuto, dell’uomo che gli ha rovinato la vita. E l’assoluzione, chiesta quasi beffardamente dallo psichiatra dopo aver sgozzato Abigail al termine di Mizumono, suona come un atto di coraggio e una presa di coscienza di cristallina onestà; perché, come detto da Bella Crawford morente nel finale di stagione, “non si può veramente scegliere di perdonare, ti succede e basta”. Will potrà scegliere di aiutare la giustizia degli uomini a seguire il proprio corso, potrà scegliere di dare la caccia ad Hannibal e fermare la scia di sangue che sta solcando l’Europa, ma non ha potuto scegliere di perdonare l’imperdonabile: gli è successo, e in quel “ti perdono” detto forse più a se stesso che non allo psichiatra nascosto nell’ombra è racchiusa tutta la contorta – ma mai incoerente – complessità psicologica che è l’anima di questa unica, straordinaria serie tv.