“Forse sono stato impulsivo.”
“Stavi ponderando di essere impulsivo da quando hai deciso di servire
il Punch Romaine.”

Era mancato un po’ di sano humour in queste prime puntate di Hannibal, e non stupisce che sia proprio lo psichiatra cannibale, disinvolto nelle nuove vesti di studioso di letteratura italiana, a farne sfoggio a pochi secondi dall’ennesimo omicidio perpetrato nella propria sontuosa dimora fiorentina. “Tecnicamente, l’hai ucciso tu” dice Hannibal (Mads Mikkelsen) a Bedelia (Gillian Anderson), dopo che la donna ha estratto il punteruolo dalla testa del Professor Sogliato, nel tentativo – riuscitissimo – di far schiodare la donna dalla confortante posizione di osservatrice in cui sembra volersi rintanare. Il senso di ineluttabile rovina verso cui veleggiano i protagonisti è veicolato, in Secondo, da tre motori potentissimi (amore, tradimento e perdono), mentre la spirale di sangue si stringe attorno al dottor Lecter. Ma la sua imprudenza è calcolata al millimetro, come Bedelia intuisce: il predatore, stavolta, vuole essere cacciato, e sta attirando verso di sé tutti gli antichi amici.

Tra di essi spicca Jack Crawford (Laurence Fishburne), velato di una barba che ne immalinconisce i tratti gravati dalla perdita (non dichiarata ma ipotizzabile) della moglie Bella; l’agente federale torna sulla scena e s’incontra a Palermo con l’ispettore Rinaldo Pazzi (Fortunato Cerlino), in un confronto di fallimenti che getta le basi per un parallelismo interessante che, non dubitiamo, costituirà uno degli assi portanti delle prossime puntate. Anche Jack ha avuto un bel da fare fra tradimento e perdono, avendo spinto Will Graham (Hugh Dancy) al limite estremo, sottoponendolo a un gioco di ruolo troppo intenso e portandolo a tradire tutti senza realmente giovare a nessuno; consapevole del fatto che il tradimento di Will nei suoi confronti porta la firma di uno stress causato, in buona parte, dalle proprie colpe, Crawford non segue le orme di Hannibal ma quelle dell’ex collaboratore, animato da un senso di colpa che va a braccetto col desiderio di perdonare e, forse, di essere perdonato. Chissà se immagina che il suo antico segugio stia seguendo le tracce di Hannibal con lo stesso spirito, alla ricerca di una sanguinosa redenzione ben distante dalla vendetta che sarebbe logico aspettarsi. I passi di Will lo conducono nell’unico posto dove Hannibal non tornerebbe mai, ovvero nella magione dei Lecter in Lituania, infestata di lucciole e lumache – ancora una volta, stupisce e commuove la ricercatezza estetica delle immagini portate sullo schermo dal Vincenzo Natali.

Non è solo nella sua esplorazione: gli occhi a mandorla della splendida Chiyo (Tao Okamoto) lo seguono e lo braccano al pari della selvaggina che si muove nel parco del castello, in attesa d’essere cacciata. Il rendez-vous tra i due sembra un dialogo tra sedotti che parlino del medesimo amico-amante perduto (in giapponese, nakama), e non c’è nulla di inconsapevole nella costruzione del loro dialogo incentrato in tutto e per tutto su Hannibal e, più che altro, sulla sua totale e incontrastata capacità coercitiva. Ma c’è di più: sulle tracce della propria nemesi, Will sta costruendo una nuova identità che ricalca i gesti e, peggio ancora, le intenzioni del cannibale. Come Hannibal aveva liberato l’essenza più nascosta di Will spingendolo all’omicidio di Randall Tier, così Will si propone di liberare Chiyo dal suo ruolo di carceriera, portandola a uccidere il suo prigioniero – o meglio, il prigioniero di Hannibal. E non è un caso che, in un finale agghiacciante, il cadavere dell’uomo venga agghindato a mo’ d’insetto (allusione all’acherontia atropos del Silenzio degli Innocenti?) a ricordare il discorso di Hannibal in Su-zakana, che paragonava Will a un bozzolo misterioso.

Il risultato della gestazione è incarnato dal cadavere munito di ali di vetro che viene issato nella cantina della tenuta Lecter, ed è il prodotto di una follia a due che ha irrimediabilmente forgiato la mente di Will in chiave assassina. La crisalide si è tramutata in farfalla, la vittima nel carnefice da cui fuggiva, e la parabola criminale di Hannibal assomiglia sempre di più a una tragica storia d’amore impossibile. Il sottotesto si rompe nelle parole di Bedelia, l’implicito diviene esplicito quando Hannibal pronuncia quel “love” e sappiamo che non c’è mellifluo romanticismo nell’accezione data dal cannibale al sentimento che tuttora lo lega a Will. Sentimento che, l’abbiamo già capito, prescinde dal perdono e dal tradimento, come sottolinea l’inquietante scambio di battute finali tra Bedelia e Hannibal, che profila all’orizzonte un destino orribile per l’ex profiler dell’FBI, un destino che lo porterebbe dritto dritto sulla tavola del suo vecchio amico.

Non sappiamo se e come Hannibal tenterà la via del cannibalismo nei confronti di Will, ma possiamo affermare con buona probabilità che, per una volta, l’atto divoratore non sarebbe figlio di un bisogno di supremazia, ma di un anelito alla catarsi. Forse Hannibal ha già sperimentato questa bizzarra metodologia di perdono con Misha, sorella defunta sulla cui scomparsa aleggia ancora il più fitto mistero, alimentato dalle contraddittorie versioni di Chiyo e Bedelia. Forse verrà fatta chiarezza su questo ennesimo punto oscuro del passato, o forse no; poco importa, in fondo, perché non c’è trauma che giustifichi il mostro – nel senso di unicum – che Hannibal è divenuto, così come non c’è cicatrice che giustifichi la deriva (a)morale di Will. È proprio questo il punto di forza della serie creata da Bryan Fuller: spingere i propri personaggi nella nebbia dell’incertezza,facendo loro intraprendere percorsi sempre diversi, eppure mai incoerenti.