“Transustanziazione” mormora un famelico Mason Verger (Joe Anderson) nel proprio agghiacciante sogno allucinatorio, mentre si lecca letteralmente le dita dopo aver assaporato un Hannibal Lecter (Mads Mikkelsen) morto e preparato a mo’ di anatra alla pechinese in Dolce. L’uomo più blasfemo della sacrale serie di Bryan Fuller assapora quello che ne è, al contrario, il Messia nero, il dio indiscusso ormai braccato dalla giustizia e dalla brama di vendetta degli uomini, nell’incarnazione bizzarra di un Gesù al negativo. A ben guardare, Hannibal ha celebrato messa dall’inizio della serie, continuando a cibarsi di sangue e corpi per celebrare la propria vita su un altare fatto di cadaveri altrui.

Non è ancora cadavere la bella Bedelia (Gillian Anderson), che prosegue il proprio slalom tra legge e delitto con qualche aiutino esterno (“È a scopo medico”, asserisce mentre sta per iniettarsi una dose davanti a una minacciosa Chiyo piombatale in casa alla ricerca di Hannibal). Unica fra tutti, è riuscita a convivere con la belva senza esserne divorata; certo, le conseguenze psicologiche di uno stretto contatto con Hannibal non sono mai positive, a giudicare da quanto accaduto a Will Graham, ma la tempra di un camaleonte come Bedelia ci porta a credere che, leccate le ferite, possa proseguire la propria vita – breve o lunga che sia – senza eccessivi stravolgimenti.

Tuttora, Bedelia sembra l’unica a essere sfuggita al dittico fatale e ineluttabile “mangiare o essere mangiati”. Mason Verger si prepara a banchettare con le carni di Hannibal, e sarà quello che, ne siamo certi, assaporerà meno il gusto della vittoria. Sono coloro che l’hanno amato – Jack, Alana e ovviamente Will – gli unici a poter sperare di prevalere sul cannibale. Eppure, con un colpo da maestro dei suoi, Hannibal capovolge le sorti già delineate al termine della scorsa stagione, e si accinge a entrare fisicamente nella mente di Will sotto gli occhi di un agghiacciato Jack Crawford (Laurence Fishburne), salvo poi essere catturato e appeso come un maiale, assieme al suo ex amico, dal perfido Mason.

Colpisce come la scena del macabro banchetto a tre segua di pochi minuti quello che è, senza ombra di dubbio, uno dei momenti più toccanti dell’intera serie di Fuller: il ricongiungimento tra Hannibal e Will Graham (Hugh Dancy) dinnanzi alla sempiterna bellezza della Primavera botticelliana. Hannibal sta ritraendo Will su un blocco da disegno, egli aleggia ancora nella sua mente quando l’ex profiler si avvicina alle sue spalle. Il dialogo tra i due uomini è un piccolo capolavoro di minaccia e commosso, rassegnato trasporto, che mette infine il punto a ogni interrogativo sulla natura del loro rapporto. Proseguire la battaglia vuol dire guardarsi ancora negli occhi, in un mondo distorto ma stranamente coerente in cui l’omicidio va a braccetto col perdono. Il legame non è stato rotto dalla pugnalata di Hannibal, così come non sarebbe stato rotto se la mano di Will fosse andata a segno all’uscita dagli Uffizi, fermata appena in tempo da una Chiyo (Tao Okamoto) le cui reali intenzioni restano ancora oscure.

Per un amore ormai consolidato, sebbene cementato dal sangue rappreso, un altro sembra essere sbocciato da poco in un contesto altrettanto malato: quello tra Alana (Caroline Dhavernas) e Margot Verger (Katharine Isabelle). La scena d’intimità tra le due donne è, finora, la più psichedelica e folle vista nella serie, e le immagini sensuali vengono suggerite attraverso giochi di distorsione e ripetizione caleidoscopica, suggerendo il sesso attraverso frammenti pregni di connotazioni estetiche prima ancora che erotiche. In questo gioco di riflessi perturbanti, si inserisce il miraggio di una quiete domestica del tutto utopica in un ambiente come casa Verger. Per amor di fedeltà ai romanzi di Harris, gli autori seminano ora il possibile futuro materno di Margot e Alana, veicolato dal seme di Mason. Ancora una volta, l’illusione della normalità appare ancor più aberrante dell’omicidio, in un quadro familiare che riporta in ogni sua pennellata i segni inequivocabili della psicopatia.

La storia è in corsa, ormai: se i primi quattro episodi della serie hanno creato la scenografia, gli attori sono ormai nel pieno dell’azione. L’episodio della prossima settimana sarà il gran finale del primo troncone di stagione, e aprirà le porte al macrocaso di Red Dragon (nonché, appare ormai chiaro, alla prigionia di Hannibal). La curiosità su questo adattamento è tanta, e fa male pensare che, con ogni probabilità, resteranno gli ultimi doni elargiti da questo fertile prodotto televisivo ai propri affezionati spettatori. Alla luce di quanto visto finora, i germogli di questa terza stagione stanno evolvendo in una fioritura ricca e magnifica, in una primavera di cui sentiremo ben presto la mancanza.