High Score (prima stagione): la recensione

High Score, la nuova miniserie in sei episodi di Netflix che vuole raccontare la storia dei videogiochi (ci torniamo), soffre di quella sindrome che in alcuni circoli viene definita del “troppo o troppo poco”. Creata da France Costrel, che già nel 2017 aveva prodotto un’opera simile intitolata 8 bit Legacy, è un tuffo nostalgico in una serie di momenti-chiave della storia del medium che chi frequenta conosce già più o meno a memoria, e che potrebbe invece disorientare e lasciare una sensazione di incompletezza a chiunque non sappia nulla dell’argomento e voglia cominciare a costruirsi una cultura. Il risultato è un mini-documentario che non accontenta davvero nessuna delle due parti ma che, paradossalmente, fa proprio di questa sua aurea mediocritas contenutistica il suo punto di forza.

In principio erano le astronavi

La storia dei videogiochi secondo High Score inizia nel 1962 con Spacewar! e finisce nel 1993 con DOOM; da lì in avanti tutto quello che succede è solo una qualche forma di remix, una riproposizione e variazione sul tema delle regole scritte fin lì. Potrebbe una posizione filosofica, coraggiosa ma non impossibile da difendere, o in alternativa un segno di pigrizia (tipo “abbiamo coperto il periodo che interessa ai fan di Stranger Things, ora possiamo fermarci”), oppure la promessa di una seconda stagione che copra i tempi moderni e la contemporaneità – resta il fatto che High Score è, se parliamo di puro valore storico e storiografico, poco più che un’introduzione al quasi mezzo secolo di storia del videogioco, che si concentra sulle origini e sostanzialmente ignora (se non citandolo en passant) tutto quanto accaduto dopo. Per intenderci: l’ultima grande innovazione lungo il percorso evolutivo dei videogiochi che viene presentata negli ultimi due episodi è il passaggio dal 2D al 3D; capirete che più che di generica “storia” si può parlare di “storia antica”, per cui High Score va visto più come una sorta di Antico Testamento che come l’intera Bibbia videoludica.

Di per sé non sarebbe un problema, ma lo diventa nel momento in cui le storie e i volti scelti per arricchire il racconto sono, per dirla in modo semplice, sempre gli stessi. Da Roberta Williams a Richard Garriott passando per Nolan Bushnell e Tom Kalinske, chiunque abbia un minimo di familiarità con la storia del videogioco si ritroverà ad ascoltare voci familiari che raccontano cose altrettanto familiari, episodi ben noti, aneddoti da Wikipedia. In certi casi, come nel quarto episodio dedicato alla guerra Sega-Nintendo, High Score è talmente pigra da riprendere pari pari i contenuti di un notissimo libro sull’argomento (Console Wars di Blake Harris, che parla appunto della sfida che Kalinske lanciò a Nintendo a colpi di Sonic e sfottò); in altri, come tutte le volte che John Romero parla, l’oggetto del racconto è stato sviscerato talmente tante volte che il gioco diventa indovinare quale sarà la prossima ovvietà che uscirà dalla bocca del suo creatore.

“Mario è il porcospino blu vero?”

Ovvietà, lo ribadiamo, che è tale solo per chi mastica anche superficialmente un po’ di storia del videogioco: DOOM, Mario, Final Fantasy, Ultima sono tutti titoli non solo arcinoti ma ormai archetipici, gli esempi che vengono sempre fatti quando bisogna citare i momenti decisivi della crescita del medium. Se però di videogiochi non sapete nulla e volete cominciare a studiare, be’, buona fortuna: più che una lezione, High Score è un bigino, che prende un sacco di scorciatoie, dà per scontata un’immensa quantità di informazioni e conoscenze pregresse, e gioca anche a saltellare avanti e indietro nella linea temporale assumendo che chi guarda sappia immediatamente riconoscere che siamo nel 1985 perché sullo schermo passano le immagini di Ultima IV. E se anche doveste riuscire a guardarla tutta senza perdervi tra nomi, anni e gergo tecnico, ne uscireste con l’impressione che la storia dei videogiochi sia una serie di epifanie improvvise concretizzate da uomini e donne con la scintilla del genio; che creare un videogioco sia un’impresa personale e privata, e che cinquant’anni di evoluzione si possano riassumere in una serie di vignette che rappresentano altrettante rivoluzioni. È vero che una delle tesi di High Score è che ognuno dei momenti-chiave scelti per la miniserie sia la naturale conseguenza di tutto quello che è venuto prima, ma è anche vero che all’atto pratico l’idea che passa è che i videogiochi siano diventati quello che sono oggi grazie a una sequenza di eventi discreti e resi possibili solo dal genio di un singolo.

Non è tutto da buttare, anzi: al netto di tutti i dubbi strutturali espressi finora, High Score è un prodotto gradevole e ben realizzato, arricchito da grafichine 8 bit, musichine altrettanto 8 bit, montato con buon ritmo senza mai scadere nell’epilessia, e impreziosito dalla voce di Charles Martinet, che riesce nell’impresa di non dire mai “it’s-a me, Mario!” per tutte e sei le puntate. È divertente e a tratti brillante, e ha tra l’altro l’intuizione (forse l’unica davvero originale) di raccontare una seconda storia parallela, quella del videogioco come forza di competizione sportiva, inserendo tra le persone intervistate anche la prima campionessa americana di Space Invaders (che poi è Rebecca Heineman, che oggi fa la game designer), il campione mondiale di Tetris e più in generale tutta una serie di discorsi sulle prime convention, i primi tentativi di esport prima che si chiamasse così… Una scelta anche curiosa in un documentario che si conclude prima dell’arrivo delle connessioni ad alta velocità, ma che per lo meno prova a integrare nella storia del videogioco anche coloro che i giochi li giocavano (nelle sale giochi, ai campionati americani…) e non solo chi li creava.

Alla fine, quindi, quello che rimane di High Score è un ripasso ben confezionato ma incompleto di storie già note, che farà passare qualche ora di gradevole nostalgia a chi già conosce l’argomento di cui si parla, e che può dare a chi si sta avvicinando ora al medium un’infarinatura storica su alcuni (non necessariamente i più importanti) degli eventi che ne hanno caratterizzato l’evoluzione. È un buon inizio, insomma, che ora avrebbe bisogno almeno di un secondo capitolo per non finire nel dimenticatoio.

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