Puntata di grandi svolte che si apre con un momento di puro Michel Gondry (anche se non è diretta da Michel Gondry). Siamo in una puntata di mr. Pickles nella sua versione giapponese, identica a quella americana se non per il fatto che mr. Pickles è un uomo anziano e i pupazzi sono tipo un pezzo di sushi parlante. Il colpo di genio è che non c’è traduzione, tutti parlano in giapponese ma non abbiamo sottotitoli e capiamo lo stesso cosa accade dalle immagini. Finite le riprese il conduttore che così anziano da far ridere è congedato con gli onori del caso e passa il testimone ad un più giovane, che poi, nel corso della puntata, verrà in America ad imparare l’arte dal mr. Pickles originale, finendo per essere il confidente della sorella (anch’essa in disperato bisogno di condividere quel che sente).

Intanto procede la creazione del primo oggetto di merchandising nella storia di mr. Pickles, una bambola parlante, di quelle che fanno partire frasi pre-registrate al tirare di una cordicella e Jeff è impegnato nella registrazione (nel finale vedremo il prodotto ultimato sugli scaffali per Natale e un’esilarante ressa per accaparrarselo).

Nessuna di queste due sottotrame è però la parte centrale della puntata. È semmai la storia di Jeff e della ragazza che ha portato stabilità nella sua vita, Vivian, malata terminale in lotta contro il cancro, a fornire una svolta, proprio quando tutti sembrano in pace con la nuova serenità da lui raggiunta grazie a questa strana forma di storia d’amore e sesso con una ragazza che è prossima alla morte.

Le due scene che la riguardano, le due rivelazioni che puntellano la puntata sono due piccoli gioielli di sfogo prima represso (nella prima intuiamo qualcosa che non avevamo ancora davvero capito sulle motivazioni di Jeff) e poi invece esplicito da parte di tutta la famiglia (nella seconda).

La vita di mr. Pickles non trova un equilibrio e i dolori che lo tormentano sembrano destinati a tornare a tormentarlo infestando ma forse migliorando il suo show, nonostante il padre produttore la pensi in maniera radicalmente diversa. Più finisce nel gorgo del dolore più sembra volerlo condividere con il suo uditorio di bambini, seguendo le tecniche, lo stile e lo storytelling che ha fondato, spiegando con pupazzi, chitarrette, canzoni e storielle i sentimenti più duri, rimossi e complicati.

In una società, quella americana, in cui la giovialità è sempre espressa con forza ma i sentimenti reali sono molto nascosti e un certo contegno è richiesto per nascondere alla società proprio le emozioni più dolorose, le vicende e l’ardore con cui mr. Pickles si propone di mostrare i propri sentimenti e anzi insegnare ai bambini a non nasconderli suona più clamoroso di quanto non sarebbe da noi.

Con un finale che fa bella mostra di un’immagine di Jeff su un televisore distrutto, quindi tutta spaccata (simbolo cinematografico universale di personalità a pezzi), Kidding introduce il prossimo ostacolo che fa mettere le mani nei capelli a tutti: la rituale accensione dell’albero di Natale, un evento in diretta in cui hanno il terrore di quel che potrà fare Jeff in questo stato. Eppure, adesso che siamo arrivati al settimo episodio di questa cavalcata nella ricerca della possibilità di una vera onestà sentimentale, invece di empatizzare con il dramma di un produttore che ha il terrore di vedere l’immagine del suo programma distrutta, cominciamo ad empatizzare con il bisogno di un uomo a pezzi che cerca solo un modo di venire a patti con quel che sente, condividendolo invece di buttarlo sotto al tappeto.