Alla fine ci è andato.

Jeff, ovvero mr. Pickles, ci è andato all’accensione dell’albero. I tentativi del padre e produttore del programma di tenerlo lontano da quell’evento in pericolosissima diretta, ora che la sua vita è andata di nuovo in pezzi dopo essere stato lasciato dalla donna che sembrava averlo rimesso in piedi, sono evidentemente falliti perché la decima e ultima puntata della prima stagione di Kidding inizia con la cerimonia in onda e Jeff che sta già parlando. E dice quel che ha cercato di dire in televisione per tutta la stagione.

Per mr. Pickles sembra che le cose non esistano e non abbiano effetto se non sono dette in televisione. E di contro quando sono dette in televisione hanno un effetto devastante. Il suo atteggiamento candido che nella vita è così complicato da gestire in televisione ha la potenza di un bazooka. È il dualismo del personaggio: cercare di rimediare e rammendare la vita privata ma farlo tramite la vita pubblica, dire al pubblico quel che cerca di dire a se stesso e alle persone vicine, senza mai riuscirci per via delle censure della produzione. Ora invece la diretta non la censura nessuno.

Una volta tanto Kidding si permette il lusso di essere banale e, arrivata all’ultimo episodio, chiude e rilancia per una seconda stagione già annunciata. Quella che si chiuderà sarà la trama relativa al contrasto interno al programma (la forza conservativa del padre produttore e quella innovativa di Jeff che vuole aprirlo ad argomenti anche dolorosi) e quella che si aprirà sarà invece una questione più personale per Jeff. Come si conviene un dettaglio (anzi un luogo) introdotto nella prima puntata tornerà a battere cassa quando tutto sembrerà risolto, rivelando che non lo era e rilanciando nuovi problemi, nuove crisi e nuovi possibili interrogativi. È un cliffhanger che funziona pochissimo perché Kidding non è una serie con un intreccio forte, non è fatta di misteri non mette addosso la curiosità di vedere che accade ma semmai avvince dimostrando di episodio in episodio di saper trattare temi unici in modi originali. Un cliffhanger così suona pretestuoso.

In realtà quello che Dave Holstein è riuscito a fare con questa serie è stato di mettere a frutto il casting e la forza creativa, cioè prendere l’estetica e la tenerezza che Gondry e Carrey hanno fondato con Se mi Lasci ti Cancello, quel tono indie romantico un po’ depresso e disilluso, fanciullesco per tanti versi, ribollente della stessa rabbia e temperie emotiva giovanile, e trasformarlo in un’apologia della condivisione del dolore. Se i due con Charlie Kaufman ne avevano fatto il manifesto del romanticismo perduto degli anni hipster, Holstein lo ribalta nell’opposto di quella che due decenni fa era la cultura emo: non trattenere ma condividere per vivere in serenità.

Una delle prime frasi pronunciate nella serie “Ogni dolore necessita di un nome” (che è anche il titolo della terza puntata) viene qui pronunciata di nuovo e ha un altro significato. Abbiamo visto moltissime forme di dolore nei diversi personaggi e anche internamente ad uno solo, per nessuna di queste c’è un nome specifico perché non viviamo in una cultura che parla di queste forme diverse di dolore e quindi non ha termini per descriverle. Il dolore per la perdita di un figlio, il dolore per la fine di un’unione con un marito, il dolore per la paura che la propria carriera e quel che si è costruito possa finire, la delusione nel sentirsi traditi dai propri cari, il contrasto con un padre, il contrasto con un figlio, l’odio verso chi ci ha fatto male e via dicendo. Non ci sono parole specifiche per descrivere tutto questo ma, come canta la canzone finale (già sentita all’interno del programma di mr. Pickles) “Puoi provare qualsiasi cosa, e va bene. Sei tu che provi quei sentimenti e questo fa sì che vada bene”.

La cultura americana del vincente, incarnata dal nuovo marito di Jill un chirurgo un po’ spaccone e sempre a posto, nasconde le sconfitte e i dolori come se deponessero a sfavore di chi le prova, insegnando di fatto a reprimere. Mr. Pickles che qui pronuncia il più significativo dei “Io vi ascolto” cerca di ribaltare questo, invita i bambini a non seguirlo per la felicità ma a seguirlo perché con lui va bene anche soffrire molto e se ne può parlare.

Non è un ideale nuovo, né una trovata di sceneggiatura nuova. Spesso gli script convolano ad un emotivo “Io ti ascolto” o “Se vuoi possiamo parlare”, qui tuttavia ci vogliono 10 episodi di ordinario dolore per gli eventi più mondani (rotture sentimentali, lutti, tradimenti, delusioni…) perché qualcuno che si offre di ascoltare i dolori che tutti nascondono suoni rivoluzionario.