Kipo e l’era delle creature straordinarie (terza stagione): la recensione

Ci eravamo sbagliati, e non di poco: Kipo e l’era delle creature straordinarie non era qui per restare. Giunta alla terza stagione, la serie Netflix creata da Radford Sechrist e Bill Wolkoff si iscrive al registro delle vittime degli ultimi tagli di Netflix, o se preferite una versione più nobile non cede alle lusinghe della serializzazione infinita e abbraccia invece la sua natura più letteraria, da classica trilogia fantasy, con dieci episodi che portano a termine un arco narrativo cominciato a gennaio di quest’anno e ora arrivato a una soddisfacente, ma un po’ prematura, conclusione.

Kipo gruppo

Non preoccupatevi, non vi abbiamo spoilerato nulla, anche perché la notizia che non ci sarà una quarta stagione l’ha già, appunto, data ufficialmente Netflix; e comunque non avete idea di cosa vi aspetta. Anche perché è onestamente difficile farsi distrarre da fattori esterni o considerazioni filosofiche: la terza stagione di Kipo procede fin dalla prima scena a un ritmo travolgente, con gli occhi sempre puntati sull’orizzontalità del racconto e sul traguardo finale (lo scontro, promesso già dal finale della scorsa stagione, tra Kipo ed Emilia) – pur senza rinunciare mai del tutto alla sua natura verticale e all’auto-conclusività dei singoli episodi ovviamente. È solo che questa volta la posta in palio è ancora più alta (e d’altra parte è sempre andata in crescendo stagione dopo stagione), talmente alta che con il susseguirsi degli episodi diventa sempre più difficile chiudere Netflix e mettersi a fare altro: la terza stagione di Kipo contiene più cliffhanger delle due precedenti sommate.

La terza stagione di Kipo è anche, curiosamente ma non troppo, quella che più si affida ai trope classici della narrazione post-apocalittica e più genericamente sci-fi/fantasy (diciamo “di genere”), al punto che in certi passaggi-chiave può risultare addirittura tradizionalista. Che non è necessariamente un male, soprattutto perché Sechrist sa giocare con gli archetipi e ribaltarli a sufficienza da ancorare la sua serie saldamente nel 2020: Kipo è una lampante dimostrazione del fatto che concetti come “rappresentazione”, “diversità” e “inclusività” possono convivere con “viaggio dell’eroina”, “arco di redenzione” e “nobile sacrificio”, non forzatamente e per compiacere un’inesistente agenda ma perché arricchiscono le storie tradizionali, le rinnovano e le rendono rilevanti in un modo nuovo adatto a un mondo nuovo.

Megajaguar

Cosa succede nella terza stagione di Kipo, vi state chiedendo? Be’, quello ovviamente non ve lo diciamo: tutti i pezzi in gioco erano già stati presentati con il finale della seconda (Emilia e la sua cura, Kipo e i suoi poteri, et cetera), e qui semplicemente si mettono in moto e cominciano a collidere, con conseguenze più o meno immaginabili; ci sono anche meno novità del solito, meno bizzarre creature mutanti, perché il focus di Sechrist e Wolkoff è prima di tutto sulla storia di un mondo che ormai è già stato abbondantemente esplorato. Attenzione, abbiamo detto “meno del solito”, non “nessuna”: il delfino mutante che canta kpop è l’unica che ci sentiamo di anticiparvi qui, ma in generale Kipo continua a essere quello che è sempre stata, cioè (anche) un modo per giocare con l’antropomorfizzazione delle bestie e con i paralleli comportamentali tra uomo e animale, un po’ come fa quell’altra famosa serie di Netflix con gli animali che parlano.

La verità su questa recensione però è un’altra: che è perfettamente inutile, perché se la state leggendo è perché avete già visto le prime due stagioni di Kipo (o almeno speriamo!), e non dovreste avere dubbi sulla visione della terza – quello che possiamo fare è assicurarvi che ne uscirete con il sorriso sulle labbra e le lacrime agli occhi. Se invece ancora non conoscete la più sottovalutata serie animata in circolazione, be’, Kipo è lì su Netflix che vi aspetta.