Lovecraft Country 1×07 “Io sono”/1×08″Jig-A-Bobo”: la recensione

Nel settimo e ottavo episodio della stagione, Lovecraft Country attua in modo sistematico un processo di sostituzione della mitologia fantasy attesa con quella che gli interessa davvero. Non è H. P. Lovecraft – anche se in chiusura vedremo uno Shoggoth – e forse non lo era mai stato davvero. Lampi di storia afroamericana negli Stati Uniti, mostruosi secondo ogni definizione possibile, arrivano a ondate che si infrangono sulle vite dei protagonisti. È un flusso di pensiero e critica sociale che accosta immagini, cronaca, folklore, fantascienza, che esagera e supera ogni limite. Con un risultato straordinario.

I Am è l’episodio dedicato a Hyppolita, moglie di George che non si rassegna alla morte del marito e cerca risposte. Le troverà, rischiando di perdere se stessa, nell’osservatorio di Winthrop. Qui minacciata da due uomini di Lancaster, viene salvata da Atticus, ma finisce in un portale dimensionale. Già dal titolo della puntata Io sono pone la questione dell’autodeterminazione come risultato della stretta tra la volontà dell’individuo e il retaggio storico che si porta dietro. E questo è senza dubbio più vero nel caso di una donna di colore negli anni ’50. Hyppolita, che porta il nome della regina delle Amazzoni, e che è tante cose, moglie, madre, donna di colore, sognatrice, innamorata, determinata.

L’individuo è la somma delle proprie caratteristiche, dalle quali dovrebbe riuscire a distillare la propria capacità di definirsi. È giusto lasciarsi condizionare dai propri attributi? Devono essere abbracciati? Ignorati? Sono un limite o un’occasione? In un delirio afrofuturista in cui appare un’aliena che i titoli di coda presentano come “Beyond C’est” (da leggere ad alta voce), a Hyppolita viene detto che “questa” non è una prigione. Che è un riferimento al luogo in cui si trova, ma è anche un invito a non lasciarsi ingabbiare da nulla, a vivere con consapevolezza la propria appartenenza, ma anche a definirsi come persona singola.

Hyppolita si immagina allora regina guerriera di cui sopra, come compagna di ballo di Josephine Baker – americana che si trasferì a Parigi ed ebbe una vita straordinaria – oppure sorpassata in strada da Bessie Stringfield, prima donna afroamericana a guidare una moto attraverso il paese. Ma sono momenti che hanno valore come quelli più intimi e normali a letto con George, perché contribuiscono tutti a definirla. E tutto questo ha, indubbiamente, un accento marcato rispetto al suo vero senso nell’economia della storia. È funzionale ai temi molto più di quanto lo sia all’intreccio, ma in fondo la storia di Lovecraft Country è da subito stata un pretesto.

Ma, per chi desidera una maggiore integrazione fra storia e mitologia, Jig-a-Bobo è l’episodio perfetto. Bobo era il soprannome di Emmett Till, quattordicenne rapito, torturato e ucciso nel 1955 da uomini bianchi (giudicati innocenti al processo, ammisero tutto l’anno seguente senza temere conseguenze). Nella serie lo abbiamo già visto chiedere il futuro ad una tavola ouija, e questa puntata si apre con il suo funerale. Fu un evento storico, ma per i protagonisti della serie è anche qualcosa in più dato che Emmett era amico di Diana, la figlia di Hyppolita.

Anche in questo caso, come nel precedente episodio, Lovecraft Country integra nella narrazione riferimenti storici. In particolare si tratta di distorsioni orrorifiche di narrazioni ben diffuse all’epoca. Sulla mensola della libreria di Diana ad esempio poggia una copia della Capanna dello zio Tom, la cui copertina muterà fino a diventare mostruosa. Ora, il romanzo è stato senza dubbio importante per diffondere una certa consapevolezza in un momento in cui la schiavitù era ancora una realtà, ma oggi si nota anche quanto abbia contribuito a diffondere certi stereotipi (“zio Tom” è divenuto un epiteto).

Tra questi stereotipi ci sono anche le cosiddette pickaninny. Si tratta di rappresentazioni caricaturali, dalla connotazione razzista, usate per rappresentare le bambine afroamericane. Nella puntata Diana è perseguitata proprio da due personaggi così, davvero da incubo, ma curatissimi nelle movenze e nelle sembianze. Diana in un primo momento soffre questa persecuzione – che insomma, a questo punto della serie dovrebbe essere ben chiaro come interpretare – ma in chiusura anche lei riuscirà a riscattarsi e a non farsi definire da ciò che la insegue. Qui la serie traccia un ponte ideale – assolutamente impossibile, ma non è importante – tra passato e futuro. Tra le pickaninny e l’ascolto del discorso tenuto nel 2018 dall’undicenne Naomi Wadler alla March for Our Lives.

Lovecraft Country è questo. Ma è anche altro. È l’intima sofferenza di Atticus e Letitia, con entrambi che conoscono la gravidanza di lei ma faticano a parlarne. È l’omosessualità sofferta e negata troppo a lungo di Montrose, che nel parlarne con il figlio forse trova finalmente la chiave per costruire un rapporto. È Christina che dice freddamente a Ruby che non gliene importa di Emmett, ma poi si fa torturare e uccidere nello stesso modo per capire cosa si prova. È Atticus che trova il libro Lovecraft Country scritto nel futuro da suo figlio, ennesimo ponte ideale tra le epoche che diventa un mezzo per riflessioni sociali.

Perché quel libro è anche un oggetto simbolico nell’economia della serie HBO, che proprio da un romanzo è tratta. L’autore è naturalmente diverso, ma i cambiamenti che elenca Atticus tra il testo e la sua vita sono gli stessi fatti nel passaggio dal libro alla serie tv. Nel fare questo, Lovecraft Country abbraccia un’idea di narrazione non lineare, in cui la finzione e la storia si intersecano e confondono. È un gioco in cui la serie, dopo averci fatto assistere a tutte queste apparizioni storiche in una storia inventata, ammette il proprio trucco. Con autoironia, intelligenza, provocazione, voglia di mettersi in gioco. Da opera d’autore quale è.