Oktoberfest: birra e sangue (prima stagione): la recensione

Va detto innanzitutto che il sottotitolo della serie tv, per quanto forse un po’ scontato, in questo caso particolare si rivela decisamente calzante. Birra e sangue scorrono infatti copiosi – una volta tanto, davvero letteralmente – in questa serie tedesca arrivata su Netflix lo scorso 1 ottobre e composta da sei episodi. Oktoberfest è la narrazione laterale di un evento tra i più celebrati e riconoscibili, storica quel tanto che basta, incentrata soprattutto sui retroscena violenti che hanno fatto da cornice ad un momento importante nella storia della manifestazione (siamo nel 1900). Risultato è un prodotto godibile, soprattutto nelle prime fasi, anche se non particolarmente elaborato.

La storia dell’Oktoberfest è, almeno secondo la narrazione che qui ne viene fatta, una storia di prevaricazione. Protagonista e emblema ne è il personaggio di Curt Prank, facoltoso possessore di un birrificio dalle mire ambiziose. Il suo obiettivo è quello di ottenere per se stesso un ruolo di primo piano alla manifestazione, mediante la costruzione di un’imponente struttura che traghetti l’Oktoberfest, e i suoi affari, ad un livello successivo. Su questo obiettivo, che viene perseguito con metodi anche violenti, si stagliano poi le vicende di altri personaggi più o meno collegati. C’è una cerchia di birrai che non ha nulla da invidiare a Curt quanto a brutalità, ci sono storie d’amore tormentate e tentativi di personaggi che vogliono rimettere a posto la propria vita.

Oktoberfest, creata da Christian Limmer, Ronny Schalk (sceneggiatore di Dark) e Alexis Wittgenstein, incamera la lezione televisiva di Peaky Blinders. Nel senso che alimenta una vicenda che tocca la cronaca storica – per quanto abbastanza rivisitata – utilizzando la forza propulsiva della violenza da strada, il conflitto violento come unica soluzione, personaggi estremi come lo saranno le loro azioni. Dato per scontato questo, Curt Prank è solo un violento fra i tanti, il prodotto inevitabile di un universo che parla questo linguaggio, che non rispetta il lutto né la decenza. Allora, se un percorso può essere narrato, è solo quello opposto, che dalla violenza porta alla comprensione e al rispetto delle regole.

Oktoberfest non racconta tutto questo con particolare sottigliezza, né registica né di scrittura. Si lascia andare spesso a esagerazioni o virtuosismi che non del tutto in grado di maneggiare. Tra l’altro, dopo un inizio abbastanza scoppiettante, in cui imposta tutti i collegamenti stretti fra i personaggi, si lascia andare ad un ritmo più pesante, che non riesce a sostenere l’intreccio e che, dopo aver avvicinato tutti i personaggi, li disperde in vari rivoli narrativi. Non è, insomma, quel Peaky Blinders che forse inconsapevolmente ricorda. Non ha quella capacità di sintesi né di sostenere i diabolici personaggi che pure vorrebbe raccontare. Ma grazie alla breve durata riesce comunque a non affaticare e a rimanere una visione godibile.

OKTOBERFEST: BIRRA E SANGUE: LA RECENSIONE