Romulus, la recensione degli episodi 3 e 4

Qualcosa di prevedibile e qualcosa di imprevedibile. Le puntate 3 e 4 di Romulus sono ancora preparazione e impostazione, setup dei personaggi, conferme di quello che la serie farà accadere e di quello che la serie vuole essere. Perché ancora non è stato chiarito in maniera granitica quale sia il mondo di Romulus, se sia uno in cui c’è un margine per il fantastico, se le visioni che ha Ilia sono vere o sono suggestioni e se le preghiere agli dei portano qualcosa. Non tutto verrà confermato o smentito e come in Lost compariranno dettagli che forse non avranno mai una spiegazione ma servono a dare personalità al racconto, come ad esempio i resti di un animale gigantesco.

Romulus sembra avere tutti i contenuti giusti, solo allungati da un racconto languido che non vuole mai essere serrato ma si prende molto tempo per dilatare gli eventi. La terza puntata ad esempio, più centrata sull’animismo, cerca di mettere un piede nella medesima staffa di altre serie televisive mentre tiene l’altro su quello della propria originalità. La storia di Yemos e Wiros, marginali e lontani dal potere nel microcosmo tribale immerso nella foresta, cioè in quella piccola replica dei meccanismi predatori della loro società, è una sorta di tutorial per loro (e per noi) di quello che verrà in cui formano una coppia classica del cinema italiano prima e poi di quello mondiale: la mente e il braccio.

Come altrove la coppia è formata da un uomo d’azione e uno di concetto ma l’ambiguità di Wiros è il dettaglio meno convenzionale.

romulus Wiros

Wiros infatti non parla ma sussurra per tutta la puntata, a metà tra Tyrion Lannister e Vermilinguo di Il Signore Degli Anelli, ha fini biechi come tutti e misteri che occulta. Per emergere simula paura e un atteggiamento indifeso, si mette al di sotto degli altri e non al di sopra per dominare, li consiglia, li manipola, per l’appunto sussurra alle loro orecchie, usa psicologia inversa. Non vuole proprio comandare ma girare gli eventi per assicurarsi la propria sopravvivenza in quell’ecosistema ostile.
La parte più affascinante di questo mondo di Romulus (fatto di protolatino) è infatti il potere della parola come veicolo di superstizione, minaccia e paura. Più che l’azione e gli eventi può la minaccia dell’azione e il terrore che qualsiasi segno sia infausto.

È invece l’episodio 4 a segnare una svolta più netta, specie per Ilia la cui storia era stata artificialmente rallentata e parcheggiata. Portata avanti di pochissimo in ogni puntata ora subisce l’accelerazione giusta per darle l’importanza che deve conquistare. Da vestale diventa guerriera. Da personaggio in contatto con qualcosa di superiore, innamorato, delicato, diventa spirito di vendetta forgiato nel fuoco e in un allenamento da cinema d’arti marziali (in cui il dolore è parte della formazione). Non manca il racconto di spietata vendetta fatto dal suo mentore, il monologo che evoca a parole qualcosa di indicibile e la cui morale è che la vendetta è inutile, non darà mai pace, solo giustizia e lei deve scegliere se vuole la pace o la giustizia.

romulus ilia

Riprogrammata come fosse una prigioniera di guerra radicalizzata, Ilia diventa quella che sarà per il resto della stagione. La sua trama, destinata ad incrociarsi con quella degli altri, in teoria diventa la più interessante. È il personaggio che si è trasformato, è Gennaro Savastano che passa attraverso il fuoco ed esce dall’altra parte diversa. Solo che lei lo fa per uno scopo preciso, il cambiamento se lo autoinfligge. Non agisce per sopravvivere, non agisce per conquistare il potere ma agisce per un interesse personale, un desiderio di vendetta che cambia la sua intera vita.
Purtroppo anche qui il ritmo è languido e continua ad essere forte l’impressione che la serie sia più lunga del suo contenuto, cioè che abbia un minutaggio superiore agli eventi che ha da narrare. È come se continuamente i personaggi aspettassero qualcosa che li sblocchi ma questo qualcosa si fa attendere.

Questo qualcosa potrebbero essere “gli altri”, la novità migliore che viene centellinata e il cui vero ingresso in gioco è rimandato per creare aspettativa. Una tribù diversa dalle altre, truccata come gli indiani di Bone Tomahawk. Corpo dipinto, un fare violentissimo, nessuna affiliazione al regno di Alba, indipendenti e spietati. Il character design è eccezionale mette insieme il meglio di ciò che sappiamo (le pelli di lupo) con il meglio di qualcosa di diverso, sempre molto vicino alla superstizione. Come se in quel mondo più sì fosse condizionati dalle credenze più si fosse invincibili. È proprio la riuscita più piena del comparto trucco e effetti pratici. La chiusa della puntata con il cadavere a metà è perfetta.
Sono esattamente questi i momenti in cui in Romulus tutto gira perfettamente e si ha l’impressione che se solo la serie fosse più compatta, meno languida e dispersiva, se avesse avuto l’obbligo tagliare due episodi senza tagliare nessun evento sarebbe stata non solo buona ma imperdibile davvero.