Romulus, la recensione delle prime due puntate

Se si parla dello spin-off di Il primo re non si può non parlare di violenza. Prima ancora della lotta per la conquista del potere, prima ancora della fondazione di una mitologia del basso Lazio, tra sterpaglie e boschi in stile Castel Fusano, c’è la violenza. La storia del potere in un’era pre romana è una storia di bestialità e fuoriuscita (in un certo senso) da rapporti animaleschi. Lo sapeva Il primo re, lo sa Romulus. Nell’asticella tra intrigo e sopruso questa serie si colloca necessariamente più vicina al secondo. Tuttavia non basta saperlo, la violenza al cinema e in tv è una materia complicata che cambia a seconda di come viene ripresa e poi guardata, assume significati diversi e diventa specchio di ambizioni e posizionamenti di un prodotto. Sbagliare la violenza per una serie come Romulus vuol dire sbagliare il rapporto da impostare con il proprio pubblico.

Spartacus era un fumettone e aveva una violenza totalmente fasulla, come quella di The Boys, Gomorra aveva una violenza rara ma meschina e infame, Suburra ce l’ha totalmente fuori campo perché racconta questioni politiche non pratiche e Il trono di spade aveva puntato tutto sul fattore shock.
In Romulus è presente da subito, è il segnale che imposta il rapporto con lo spettatore. E la linea oltre la quale Matteo Rovere decide di non andare per questa rinarrazione televisiva del mito fondativo di Roma è sufficientemente in là da posizionare bene la serie ma anche sufficientemente vicina da non sfociare nel brutale. La violenza in Romulus è onnipresente ma spesso non la vediamo, spesso l’inquadratura ci fa capire cosa sta succedendo senza mostrarlo, o ancora vediamo l’esito e non cosa è successo. Insomma la serie non tira mai indietro il braccio di fronte alla plausibilità di un mondo che da poco è uscito dalla fase primitiva ma non vuole nemmeno sfociare apertamente nel durissimo. Ci tiene ad un pubblico largo.

Romulus fuoco

Le prime due puntate servono a far emergere dalla massa di personaggi i protagonisti e ad impostare il loro viaggio. Un ragazzo di parola e pochi muscoli in un mondo in cui sembra contare solo la forza; una ragazza in connessione con le forze ancestrali e mitologiche (non è ben chiaro se il sovrannaturale a cui credono esista o no, e questo già è intrigante); un re designato a cui lo zio scippa il regno. C’è un amore separato da un destino infame, e un terzo incomodo che promette molto.
Non ci sono invece dubbi sul fatto che siamo di fronte ai più classici personaggi della serialità italiana, che sta cominciando ad assumere tratti riconoscibili e figure che ricorrono. C’è infatti la predilezione per il contrasto tra generazioni nella lotta per il potere e ci sono personaggi che vivono il contrasto tra dolcezza e brutalità.

Ovviamente quello di Romulus è un mondo di morte (e meno male). È scritto così dallo stesso Rovere assieme a Filippo Gravino (che passa da Fiore a Veloce come il vento, da Alaska a Gomorra) e Guido Iuculano (Una vita tranquilla) come un mondo in cui in ogni momento e per ogni ragione si rischia di morire, in cui si viene mandati nei boschi a sopravvivere senza niente per vedere se si è in grado di tornare vivi e fare branco, in cui un brutto presagio può voler dire la dannazione e la fine di un regno e in cui una fuga può terminare con un volo giù dalla scarpata con tutto il cavallo (scena impeccabile da applausi). E forse proprio questa onnipresenza della morte ne svilisce il potenziale terrorizzante. I morti sono pianti, e prima di morire hanno un vivo terrore di non farcela, eppure non abbiamo mai la tensione che viene dall’impressione che tutti siano in una situazione precaria.
Anche per questo, nonostante sia difficile trovare un vero problema in queste prime due puntate, è evidente che all’avvio di Romulus manchi un po’ di grip, cioè di quella capacità di acchiappare lo spettatore.

Romulus gala

Le puntate scorrono via lisce, sfuggono tra le mani, presentano situazioni, avanzano, raccontano e preparano ma non hanno quella capacità di tenere avvinti e di lasciare sempre un po’ di acquolina per quel che verrà. Almeno nelle prime due ore non ci sono grandi interrogativi sull’avanzare della storia (solo il finale della seconda vede un personaggio intrappolato in una situazione molto interessante che ne rivela un lato fino a quel momento nascosto) e solo il personaggio di Gala (Ivana Lotito) è capace di avere da subito la caratura delle serie migliori: spietato, conscio di quale sia il proprio potere, dotato della presenza giuste per dare l’impressione che può succedere di tutto in ogni momento, quieta e pericolosissima. Romulus insomma non vuole conquistare subito ma preferisce costruire con calma. Del resto anche Gomorra, sempre prodotta da Cattleya che qui è affiancata da Groenlandia, era così.

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