Come tutti gli sforzi realmente riusciti SanPa: luci e tenebre di San Patrignano, già solo dopo averne visto il trailer, sembra un’operazione scontata, facile, che era pronta a diventare docuserie. Come tutte le opere realizzate bene sembra essere riuscita senza sforzi, lasciando solo parlare i protagonisti e co-protagonisti della storia e affiancando il materiale di repertorio. Ovviamente (come sempre) è il contrario.

Non era scontato per niente che la storia dei primi turbolenti 15 anni della comunità di San Patrignano potesse diventare una docuserie, né era scontato che potesse diventarlo in questa maniera, cioè con questa forma e questo genere, quello inaugurato da Making of a Murder e portato a perfezione da Wild Wild Country (docuserie da cui questa prende molto, e fa bene), in cui la realtà è romanzata ma dalle sue stesse immagini.

SanPa è scritto e prodotto da Gianluca Neri e co-scritto da Carlo Gabardini e Paolo Bernardelli, infine diretto da Cosima Spender, che a sorpresa sceglie anche soluzioni vecchio stampo da Errol Morris, ricostruendo ciò che non vediamo con scene molto moderne, sofisticate e ben illuminate, forse levando un po’ di potenza ad alcune immagini che altrimenti sarebbero state solo evocate con terrore. Come sempre per questi documentari poi va anche sottolineato il lavoro del supervisore del montaggio, Valerio Bonelli, che di fatto è responsabile del ritmo e della distensione del racconto e che abile nel lavorare di stacchi e posizionamenti per dare la giusta rilevanza alle frasi più importanti (che gioiello di montaggio l’ingresso in scena di Red Ronnie!).

SanPa comunità

Tuttavia rispetto alla storia della comunità di Osho e di quando conquistò un pezzo di Stati Uniti, quella di SanPa non è una storia più complessa in sé ma più complessa da raccontare. La sua stessa esistenza per tantissimi anni è sembrata funzionale alla possibilità per ognuno di affermare la propria adesione a certe idee (il buon padre di famiglia, gli schiaffoni dati con amore e i rimedi drastici vecchio stampo) o la propria condanna di altre (la giustizia privata, agire al di fuori dallo stato), SanPa cerca di dimenticare tutto questo. Lo racconta, cioè racconta la divisione che portò, ma cerca di dimenticare che è facile prendere una posizione pro o contro. Cerca di amare Muccioli, di intenerirsi nel rapporto con tossici ed ex tossici, e al tempo stesso cerca di spaventarsi più che può di fronte a certe conseguenze, e mostra cadaveri lividi per bene, perché tutti si spaventino, non esita a insistere sulle figure più condannabili (girando il coltello nella piaga anche in modi più dubbi, con uno psicologo che seguì tutto che dà la sua spiegazione).

Aiutato da testimonianze vicinissime ai protagonisti o proprio protagoniste che sono anch’esse di incredibile equilibrio e oscillano tra racconti terribili e assoluzioni, tra professioni di amore per San Patrignano e ammissioni di violenze intollerabili, tutta la docuserie non ammette mai di usare Muccioli e San Patrignano per raccontare il paese. Ma lo fa. I fatti sono costantemente in primo piano eppure in secondo c’è sempre la situazione della droga in Italia, l’assenza dello stato, una generazione di genitori inadeguati e un mutamento degli atteggiamenti e delle abitudini sociali fortissime, fino ai cambi politici e soprattutto l’innamoramento dell’opinione pubblica per una risposta semplice, tradizionalista e familista ad un problema nuovo. Una risposta che ha il sapore della storia d’Italia: in assenza dello stato un privato lo sostituisce con metodi spicci, autoritari e per il bene di tutti.
Senza considerare poi la maniera in cui Muccioli stesso incarna il passaggio da un’imprenditoria lontana dai media, all’esigenza moderna di saper comparire davanti alle videocamere e relazionarsi ai media. E tutte le 5 puntate mostrano proprio il cambio di atteggiamenti in video, come l’esposizione mediatica trasformi le persone. Un racconto che può essere fatto davvero soltanto con il video.

SanPa processo

SanPa, per ovvie ragioni, si nutre della figura mediatica di Muccioli (perché quello è il materiale che usa) e spesso lo indaga proprio in quel senso lì: la sua voce, il suo corpo, i toni, i discorsi e i sorrisi. Aiutati da Red Ronnie (che molto seguì Muccioli) e dal suo materiale, vediamo la maniera in cui un uomo evidentemente di altri tempi viene travolto dal peso della propria immagine rappresentata. E anche questo è un pezzo del racconto del paese.
Sarebbe stato complicato fare degli eventi di San Patrignano la metafora del paese di quegli anni (tra anni ‘80, tangentopoli e seconda repubblica degli anni ‘90, con la televisione a dominare il discorso), procedendo in questo modo invece, limitando la maniera in cui gli schieramente individuali oscurano la materia raccontata, puntando sulla rappresentazione di Muccioli e lavorando su alcuni volti e un po’ di sacrosanta suspense, sembra che per questa docuserie sia semplicissimo.