Se alla conclusione di questa stagione l’esperimento di Star Wars Rebels sarà considerato un successo (e ci sono premesse ragionevoli a presumere che ormai così sarà), è assai probabile che Call to Action sia indicato come il responsabile principale di questo successo: a due episodi dal finale di stagione, Rebels ci regala l’episodio migliore in assoluto, dando il via al conflitto “finale” (se di finale si può parlare per una serie di cui è già stata riconfermata la prossima stagione e che in generale tratta di “inizi”), e anzi creando forse qualche difficoltà ai due capitoli che seguiranno, perché l’asticella posta da questo episodio è talmente alta che si crea il rischio (come già era accaduto con Empire Day) di suscitare aspettative ed emozioni mirabolanti nella premessa per poi non riuscire a chiudere in maniera appagante nei capitoli successivi. Il verdetto, da questo punto di vista, potranno fornirlo solo Rebel Resolve e Fire Across the Galaxy, i futuri capitoli di questa mini-trilogia. Limitandoci a questo primo capitolo, tuttavia,non si può che rimanere prima stuzzicati, poi stupiti e infine entusiasmati dalla piega che prendono gli eventi.

Sarebbe facile attribuire il merito di questo successo alla guest star di turno, il Gran Moff Tarkin, un pezzo da novanta della scacchiera galattica che, sbarcato nello scenario di provincia di Lothal (in una scena che cita, sequenza per sequenza, la scena di apertura de Il Ritorno dello Jedi proietta la sua ombra ingombrante su tutto il cast.

Ma se al confronto di Tarkin il cast degli Imperiali ne compare giustamente sminuito, Inquisitore compreso, il suo ingresso nelle vicende di Lothal consente alla trama e al ritmo in generale di compiere il salto di qualità che doveva necessariamente compiere per giungere all’atto finale, o meglio, quanto meno alla fase finale di questo primo atto. Lo scontro si sposta ai massimi livelli: ora gli Imperiali non mirano più ad arginare o prevenire le attività dei dissidenti del Ghost o a dare loro la caccia con intensità variabile e gradi di successo parziali, ma possono – anzi devono – dedicarsi alla loro soppressione con tutta la potenza di cui dispongono.

Anche i Ribelli, dal canto loro, decidono di alzare la posta dello scontro: le scaramucce di Lothal e le missioni a successo immediato non bastano più e giunge il momento di ampliare la “chiamata alle armi” dei potenziali insorti anche agli altri mondi dell’Impero (tema in cui si rivela l’efficacia e la lungimiranza del lavoro preparatorio svolto nell’episodio precedente con la disillusione del Senatore Trayvis).

Quello che ne segue è un “primo scontro finale” che ruota attorno all’assalto dei Ribelli alla torre di comunicazione Imperiale: potenziale faro per rendere pubblica e universale la loro dichiarazione di Ribellione, ma anche trappola consapevole tesa da Tarkin per attirare i dissidenti verso la cattura.

Nello scontro finale, ognuno recita la sua parte con competenza e preparazione, ed è notevole il fatto che gli autori trovino il tempo per dimostrarci che ogni personaggio ha avuto modo, nel corso di questa breve stagione, di completare il suo piccolo cammino di crescita: incomprensioni, difetti e falle nelle personalità dei Ribelli possono essere ancora presenti (ed è giusto che lo siano) ma i personaggi del cast principale sono maturati abbastanza da saperli mettere da parte nel momento in cui si trovano ad affrontare quella che potrebbe essere per loro l’ultima battaglia. Esemplificativo da questo punto di vista è il rapporto tra Kanan ed Ezra al momento della separazione finale sulla torre: mentre in occasioni passate analoghe il tutto si sarebbe concluso con una dichiarazione di impazienza o di impotenza da parte del maestro o un atto di disobbedienza da parte del discepolo, Jedi e Padawan finalmente la vedono allo stesso modo, e il destino di Kanan (almeno per ora) si compie come previsto.

In conclusione, è generoso e abbondante, Call to Action: dall’interpretazione di Tarkin resa da Stephen Stanton, che già aveva avuto modo di emulare Peter Cushing nel corso di The Clone Wars, e che nell’impossibilità di avere l’inarrivabile interprete originale riesce a fornirne un’interpretazione fedele e convincente, al messaggio finale che Ezra riesce a trasmettere al resto del pianeta (e forse oltre?). Non ha la stessa carica simbolica e lo stesso lirismo del discorso di Obi-Wan che chiudeva il pilot della serie, ma unitamente alle immagini della distruzione della torre e dell’incarcerazione di Kanan costituisce una chiusura toccante per questo primo set dello scontro finale.

Impossibile poi non menzionare la scena-cult che ha fatto sobbalzare e discutere appassionati e spettatori di ogni genere, vale a dire l’esecuzione di Aresko e Grint, i due ufficiali di basso rango che ci avevano accompagnato per tutta la serie, per i loro ripetuti fallimenti. L’esecuzione di due ufficiali Imperiali non dovrebbe certo essere una novità nell’universo di Star Wars, ma sia il modo imprevisto in cui arriva (nel mezzo di un discorso gelidamente noncurante di Tarkin) sia per il modo in cui viene proposto visivamente (non vediamo mai direttamente né la morte né i corpi), ma le reazioni sorprese o inorridite dei presenti nella stanza rendono la scena quasi più cruda delle molte morti che ci ha proposto la trilogia classica cinematografica, con buona speranza che questo pianti l’ultimo chiodo nella bara dei pochi oltranzisti ancora convinti che la serie non osasse mai uscire dai tranquillizanti confini del “kid-friendly”.

Giunti alla chiusura di Call to Action, tutte le pedine sono disposte sulla scacchiera, e se il semplice schieramento è stato così entusiasmante, c’è davvero da sperare, con un pizzico di apprensione ma anche con una buona dose di fiducia, che lo scontro finale vero e proprio sappia costruire e superare questo esaltante primo atto. Un primo responso ci attende già nel prossimo capitolo, Rebel Resolve.