Con una battaglia spaziale in piena regola si era chiusa la prima stagione di Star Wars Rebels, e con un’altra si apre la seconda stagione. È soltanto uno dei molti rimandi e simmetrie con cui il primo episodio di questa stagione, The Siege of Lothal, si diverte a giocare: molti i temi, situazioni e personaggi che si ripropongono, ma anche molti quelli che cambiano e si diversificano.

C’è una doppia anima che attraversa tutto l’episodio (che, come il suo predecessore, Spark of Rebellion, gode di durata doppia e può essere considerato un nuovo pilot o minuscolo tv-movie), una scelta tutt’altro che casuale, e le cui due facce dovrebbero in teoria essere in contraddizione tra loro, eppure, almeno per ora, la complementarietà funziona e il vecchio e il nuovo si integrano molto bene tra loro.

Da un lato abbiamo le riconferme: tornano tutti gli eroi della squadra proto-Ribelle del Ghost, da Kanan a Ezra, con l’aggiunta di Sabine, Hera, Zeb e Chopper. Assieme a loro tornano anche le atmosfere, i ritmi e i temi che ci hanno accompagnato per tutta la prima stagione: le incursioni di disturbo ai danni dell’Impero in stile Robin Hood, gli inseguimenti e i combattimenti spericolati conditi da battute di spirito e battibecchi tra i protagonisti, i passi incerti che Ezra (ma anche Kanan) continua a muovere sul misterioso cammino della Forza.

La prima anima di Rebels è appunto quella rassicurante, che si preoccupa di garantire che chi ha apprezzato la prima serie ritroverà tutti quegli elementi che gli erano piaciuti e che lo avevano accompagnato nel corso dei primi tredici episodi.

Ma come lasciato intendere dagli ultimi fotogrammi del finale di stagione precedente, questo nuovo ciclo di puntate comprende molti altri ingredienti, e se quelli della prima stagione ne escono pressoché riconfermati, risulta subito chiaro che non saranno più gli unici a incidere sull’economia della serie.

Le novità principali riguardano soprattutto il campo dei villains: eliminata in modo cruento anche il Ministro Tua, della “vecchia guardia” resta solo l’inossidabile Agente Kallus, ed è lecito iniziare ad avere qualche timore anche sulla sua capacità di reggere a lungo termine, visto che ora prende ordini da un superiore poco incline ai fallimenti: Darth Vader in persona.

La presenza di Darth Vader nell’episodio è sicuramente l’elemento più importante e vincente di questa prima puntata, anche se viene da chiedersi che economia avrà l’oscuro signore dei Sith nelle puntate a venire. La sua resa è impeccabile, sia nella funzione che svolge nella storia che nella resa visiva e caratteriale del personaggio (mai, nell’arco di quasi trent’anni, avevamo avuto il piacere di godere del coinvolgimento dell’inimitabile James Earl Jones in un ruolo tanto ampio). Resta da vedere se Vader può fungere da nemesi costante del gruppo di Ribelli preservando la plausibilità della storia e l’efficacia della sua minaccia: vederlo restare con un palmo di naso dopo ogni fuga miracolosa di Kanan e compagni come accadeva col vecchio Inquisitore significherebbe rovinare il personaggio, ma l’alternativa è consentirgli di sterminare il cast dei protagonisti, una scelta che probabilmente gli sceneggiatori vogliono evitare di prendere… almeno per ora. Più probabile che il suo sia un ruolo di deus ex machina destinato a intervenire due o tre volte al massimo nell’arco della stagione.

Assieme a Vader rientra in scena anche la sua vecchia “apprendista”, Ashoka Tano, ed è inutile negare che il momento saliente dell’episodio è quello della battaglia finale, in cui le menti dei due si sfiorano e ognuno apprende la verità sull’altro. Anche questo è un elemento significativo: il climax dell’episodio non riguarda nessuno dei protagonisti principali, ma due “new entries”, anche se si tratta di due protagonisti di un certo calibro nell’economia della saga stellare. Se a questo aggiungiamo che l’intera puntata è un lungo addio al pianeta Lothal che ha funto da scenario per tutta la prima stagione e che buona parte delle problematiche che coinvolge il cast tradizionale è il suo relazionarsi o meno con la neonata Alleanza Ribelle, risulta chiaro che il manifesto programmatico di questa seconda stagione è uno e uno solo: Rebels ha intenzione di riscriversi e di evolvere. I temi e i personaggi della prima stagione rimarranno, ma saranno soltanto un ingrediente, seppur importante, di un affresco destinato a diventare più vasto, più complesso e meno prevedibile. Ancora una volta una scelta niente affatto scontata e un esempio del coraggio dei produttori, che avrebbero potuto battere la pista già collaudata e sicura delle scaramucce tra Ezra e compagni e gli Imperiali di Lothal ancora a lungo. La scacchiera invece si allarga al resto della galassia e nuove pedine entrano in scena: oltre a Vader, Tarkin e Ashoka abbiamo ora l’Alleanza Ribelle, il comandante Sato, lo squadrone Phoenix, l’annuncio di un nuovo Inquisitore e perfino un Imperatore Palpatine che muove i fili della vicenda da lontano e ha interessi personali sul destino di Lothal.

Insomma, la seconda stagione di Rebels si preannuncia molto meno Rebels e molto più Star Wars nel senso più vasto del termine, e soprattutto lascia credere di voler rivelare momenti e situazioni cruciali per il periodo storico che precede Episodio IV. Rinnovatosi nella struttura e nei temi (vale la pena di ricordarlo, scelta ancora più apprezzabile se si tiene conto che la vecchia formula garantiva comunque un certo grado di successo “sicuro”), dispone le pedine sulla scacchiera e ci invita a seguire le prime mosse della partita che prenderà il via a settembre. E con questa mossa si assicura di nuovo l’attenzione e l’apprezzamento di appassionati e telespettatori.