Raramente si era visto scorrere tanto sangue su una Network TV. L’atteso debutto di The Following, ultima creatura di Kevin Williamson (Scream), è stato accompagnato da una serie di polemiche circa il quantitativo di violenza mostrato nello show, raro per un’emittente non via cavo. E invece, al momento di tracciare un bilancio del pilot andato in onda, è evidente come l’elemento principale sul quale concentrarsi non sia tanto il gore – comunque molto presente – quanto la concezione stessa alla base di uno show che, pur complessivamente convincente, non riesce a distaccarsi da molti dei cliché del genere.

Nel suo primo episodio The Following costruisce bene il proprio universo, ne definisce le regole, i limiti, i protagonisti. Williamson possiede un’eleganza e una padronanza della scrittura e del mezzo televisivo non da tutti. Muovendosi rapidamente e senza sosta da una scena all’altra, da uno step all’altro della narrazione, alzando costantemente il ritmo fino al confronto finale, l’avanzamento della trama è pulito, non incespica su se stesso, piazza al momento giusto dei rapidi flashback chiarificatori per poi ritornare all’azione. Il risultato finale è che, dopo questi veloci quaranta minuti, la sensazione non è, soltanto, quella di aver assistito all’apertura di qualcosa, ma di aver completato – usando la metafora del libro citata nel telefilm – il primo capitolo (o il prologo) di un romanzo ben più complesso.

Non molti noteranno la bellissima circolarità dell’episodio, che si apre con una fuga dal carcere con in sottofondo le delicate note di Sweet Dreams di Patsy Cline e che si chiude proprio con il ritorno nella stessa struttura, stavolta con le note, molto più dure, di un’altra Sweet Dreams, quella di Marylin Manson. La qualità di Williamson è anche in questi piccoli accorgimenti, che vengano notati o no.

Ad una forma ineccepibile, The Following, almeno in questo primo episodio, non accompagna una “sostanza” altrettanto buona. Se da un lato l’invasione di serial killer sul piccolo schermo negli ultimi anni non aiuta a digerire il tutto, è anche vero che lo show non fa molto per distaccarsi da alcuni stereotipi del genere. Ecco dunque la fuga del serial killer Joe Carroll (James Purefoy), intelligentissimo e carismatico maniaco omicida con un’insana passione per Edgar Allan Poe, che porta al ritorno sul campo dell’agente Ryan Hardy (Kevin Bacon), responsabile della sua cattura alcuni anni prima e ora dedito all’alcolismo. Il primo agisce attraverso una serie di seguaci, quindi killer potenziali, che lo aiuteranno a compiere i suoi propositi (ancora privi di una logica che non sia quella di creare un “grande disegno” sulla falsariga del killer di Se7en). Tranne un buon discorso “meta” tenuto alla fine dell’episodio, lo show non fa quindi molto per scardinare i cliché del genere: anzi li segue piuttosto fedelmente.

La violenza nello show, in particolare in una scena, è effettivamente presente e notevole per un’emittente come la Fox tuttavia, almeno finora, non risulta eccessiva o gratuita. Rimane qualche interrogativo su come la serie potrebbe proseguire d’ora in poi. La maggiore questione riguarda la sua natura di procedurale o meno (la speranza è quella di non trovarsi davanti ad un nuovo Alcatraz).