The Mandalorian 2×06 “Capitolo 14: La tragedia”: la recensione

Per essere una serie formulaica, semplice e “piena di filler” (non c’è un solo episodio filler nello show, ma questo è materiale per un altro giorno), The Mandalorian è davvero imprevedibile. Lo è secondo vari tipi di lettura, tutti confermati dall’episodio La tragedia, che ci introduce alle due puntate finali della stagione. Nulla di quel che accade è realmente sconvolgente, perché gli eventi si legano alle informazioni già in nostro possesso, ma è sorprendente nella concatenazione di situazioni, nella singola intuizione visiva o narrativa. Perfino questo, che è l’episodio più breve di sempre della serie, è una catena di momenti da ricordare.

L’episodio è diretto da Robert Rodriguez, e si distingue abbastanza dalla struttura tipica delle puntate della serie. La durata breve permette di tagliare completamente il primo atto, quello preparatorio, e tutto l’episodio consiste in una vicenda stazionaria che scivola senza soluzione di continuità in un terzo atto carico d’azione. A mancare – ma è davvero una scelta di scrittura che si traduce nel minutaggio breve – è il dialogo che imposta la quest a cui ormai eravamo abituati. Ma nel grande approccio da gioco di ruolo a cui si rifà la serie, ha anche senso. In fondo la meta e l’obiettivo erano stati già chiariti da Ahsoka Tano nella scorsa puntata.

Senza tentennamenti, e questa è già una sorpresa tra le tante, la puntata ci catapulta su Tython, il pianeta sul quale la Forza è potente, e dove Grogu potrebbe mettersi in contatto con un Jedi. L’ambientazione, va detto, è tra le meno suggestive viste finora nella serie. La missione è interrotta da Boba Fett e Fennec Shand, che arrivano sul posto con il primo che reclama la propria armatura. Tutti e tre si uniranno contro gli imperiali, ma non riusciranno a impedire il rapimento del Bambino.

Uno dei motivi per i quali la scrittura di The Mandalorian non può essere considerata filler è che ogni personaggio ha una funzione narrativa precisa che lo arricchisce nel tempo. Ci sono i personaggi stazionari che servono ad aiutare il protagonista – Cara Dune nel finale di puntata, ma anche Peli Motto – e ci sono quelli “in movimento” che intersecano la loro quest personale a quella di Din Djarrin Bo-Katan e Ahsoka Tano su tutti. Boba Fett e Fennec Shand fanno parte della seconda categoria. E potremmo chiederci perché Boba Fett si è ritrovato a inseguire un mandaloriano pericolosissimo nello spazio quando sarebbe stato più semplice riprendersi l’armatura da Cobb Vanth, ma sono anche questioni che stridono con la logica interna dello show (e di Star Wars se è per questo).

Quindi, più che il “cosa”, è il “come” a colpirci, e qui la serie è davvero vincente. L’episodio restituisce giustizia a Boba Fett dopo la misera fine di Il ritorno dello Jedi, gli offre parole, spunti, scene badass, un certo senso di onore nella scelta di aiurare il protagonista a salvare Grogu. Abbiamo visto escalation di azione più memorabili e fluide nella serie, ma anche qui il crescendo c’è e non può lasciare indifferenti. Soprattutto quando decide di prendere una decisione stridente, come quella di distruggere la Razor Crest in un secondo dopo aver impostato così tanto della stagione sulle sue riparazioni. O quando decide di svelare i terribili droidi Dark Troopers di Moff Gideon.

Nel finale di episodio The Mandalorian ritorna fedele alla sua struttura, con Din Djarrin che si reca da Cara Dune per ottenere informazioni (appunto, un personaggio stazionario che ormai ha una sua funzione narrativa). Ma, a parte queste considerazioni, The Mandalorian rimane una serie esaltante, meravigliosa (nel senso che ispira un vero senso di meraviglia) e piacevolissima da vedere.