All’inizio del mese Nadria Tucker, autrice di Superman & Lois, di Krypton e ancora prima di Underground, serie di WGN America, ancora inedita in Italia, ha deciso di affidare a Twitter la sua frustrazione per la decisione della produzione di non rinnovare il suo contratto.

L’autrice ha spiegato di essere stata ufficialmente licenziata perché il suo lavoro e le sue bozze di sceneggiatura sarebbero stati considerati “inferiori alla media”, valutazione con la quale lei non si è trovata comprensibilmente d’accordo. Secondo la Tucker, infatti, il vero motivo del suo allontanamento sarebbe dipeso dal fatto che, fin dall’inizio del suo arrivo nella writer room della più nuova tra le serie dell’Arrowverse, da strenua difenditrice dei principi dei movimenti #metoo e Black Lives Matter, ha spesso fatto notare battute e dialoghi inappropriati, ed ha sempre combattuto per fare in modo che gli unici volti di attori di colore che apparivano nello show non fossero quelli di cattivi, oltre a cercare di fare in modo che il test di Beachdel venisse rispettato.

Per chi non lo sapesse, questo test serve a misurare l’impatto dei personaggi femminili in un’opera di finzione e consta di 3 semplici regole: che vi siano almeno due personaggi femminili il cui nome è noto agli spettatori (quindi non delle comparse), che queste due parlino almeno una volta tra loro e che l’argomento che trattano non riguardi un uomo.

Il test prende il nome da quello della fumettista americana Alison Beachdel che, nel 1985, come parte della serie Dykes to Watch Out For, pubblicò una striscia a fumetti dal titolo “The rule” in cui due donne istituivano appunto queste regole per poter andare al cinema a vedere un film, cosa che – evidentemente – non costituisce un giudizio sulla qualità dell’opera stessa, ma dovrebbe essere inteso come un indicatore per aiutare a capire se al suo interno vi sia un’adeguata rappresentazione femminile.

In una successiva intervista la Tucker ha ulteriormente elaborato quanto dichiarato su Twitter spiegando che uno dei problemi più evidenti, a suo avviso, sarebbe nato con il casting. Come è già noto, in Superman & Lois, Wolé Parks interpreterà una versione alterativa di un Lex Luthor di colore proveniente da un altro universo, cosa che per l’autrice costituiva già un campanello d’allarme o quanto meno l’occasione per andare nella direzione di un cast più inclusivo, non solo nei ruoli più importanti, ma anche in quelli secondari e cioè quelli che sono definiti di background, i figuranti non parlanti, il tutto al fine di dare una visione della realtà più attuale. La risposta data da The CW a questo suo invito sarebbe stata che, dato che la serie è girata in Canada, trovare figuranti di colore sarebbe stato molto complicato e farli arrivare dagli Stati Uniti in piena pandemia impossibile.

L’autrice sarebbe quindi passata alla sua battaglia successiva: chiedere che gli attori scelti per il ruolo di Martha e Jonathan Kent fossero di colore. Dato che i due, in Smallville per esempio, sono genitori adottivi, secondo l’autrice sarebbe stato facile “giustificare” il fatto che entrambi o anche solo uno dei due non fosse bianco, richiesta che, va sottolineato, non sarebbe partita solo da lei, ma anche da altri autori che fanno parte dello staff dello show e che sposavano la sua proposta di un cast maggiormente inclusivo.

Per pura curiosità e per capire quanto plausibile sarebbe stata questa storia di una Martha e di un Jonathan di colore nel Kansas di circa 30 anni fa, assumendo che il Clark Kent di Tyler Hoechlin abbia circa quell’età nella serie, siamo andati per voi a caccia di dati per capire quanti contadini di colore vi fossero effettivamente nello stato, ma siamo riusciti solo a trovare un misero numero e nemmeno particolarmente incoraggiante. Secondo un censimento risalente al 2017, infatti, il numero dei proprietari terrieri di colore in Kansas sarebbe stato di sole 210 anime, il che dà un’idea di come la situazione fosse trent’anni prima.

Quindi, sebbene non sarebbe stato impossibile giustificare il fatto che due genitori di colore adottassero un bambino bianco nel Kansas degli anni Novanta, sarebbe risultato sicuramente strano, ma è pur vero che, parlando di una serie TV che narra le gesta di un uomo in calzamaglia e mantello, proveniente da un altro pianeta, che svolazza in giro e lancia raggi dagli occhi, non è che il realismo sia una priorità ed è indiscutibilmente vero che dare a Clark Kent una famiglia multietnica sarebbe potuto essere fonte di molti spunti interessanti dal punto di vista socio-culturale. Dopotutto se c’è qualcuno che si è battuto per “verità e giustizia” quello è proprio Superman ed i fumetti stessi sono sempre stati veicolo di grandi battaglie sociali. Sentire quindi che una Martha o un Jonathan di colore sarebbero “inaccettabili” alla soglia del 2021 suona forse un po’ eccessivo, soprattutto se si considera che nell’Universo DC esistono già più versioni di un Superman di colore. La prima è apparsa in Legends of the DC Universe: Crisis on Infinite Earths, di Marv Wolfman e Paul Ryan, nel 1999, un albo speciale che raccontava gli avvenimenti accaduti tra il numero 4 e 5 del crossover Crisi sulle Terre Infinite, mentre la seconda ed anche più nota è invece quella creata da Grant Morrison, che ideò una versione completamente alternativa del personaggio, che prese il nome di Calvin Ellis e che, oltre a vestire i panni di Superman di Terra-23 era anche il Presidente degli Stati Uniti d’America.

A prescindere dalle ragioni per cui Nadria Tucker sia stata licenziata, non abbiamo infatti modo di conoscere il punto di vista del network che non ha rilasciato dichiarazioni in merito alla vicenda, almeno per il momento ed in difesa di The CW, viene però quasi istintivo pensare che sia inverosimile accusare proprio l’Arrowverse di non essere sufficientemente inclusivo. Dopotutto parliamo del network che ha prodotto una serie sul primo supereroe nero e che ha incluso tra i personaggi di uno dei suoi show la prima supereroina transgender della storia della TV (interpretata da un’attrice anch’essa transgender).

E questa impressione sembra confermata anche dai numeri: nel 2003 il Ralph J. Bunche Center for African American Studies ha pubblicato uno studio secondo cui, nel 2002, il 21.8% di tutti i personaggi presenti in televisione in prima serata erano di colore, un dato solo di poco inferiore a quello del 2014-15, in cui il 24% dei personaggi mostrati nei principali network americani in prima serata erano di colore. Nella stagione televisiva 2018-19 questa percentuale è salita al 44%, con la NBC che si aggiudica la posizione di network dominante con maggiore rappresentanza, con il 47%, seguita di poco da The CW con il 46%.

La domanda da porsi è quindi: quel 46% che peso ha e come è gestito? Perché, per esempio, nonostante gli sforzi degli autori, Black Lightning è considerato lo show di minor successo dell’Arrowverse pur essendo in realtà un progetto innovativo nel suo genere? E’ forse possibile che parte del problema di questo show nasca dal desiderio volontario del creatore di distaccarlo dal resto delle serie dell’Arrowverse, proprio in un momento in cui questo toccava probabilmente i picchi del suo successo, isolandolo al punto tale da impedirgli di elevarsi. Che senso ha dopotutto parlare di “inclusione” se si creano poi show ritagliati quasi esclusivamente su un pubblico bianco o nero? E cosa si intende, appunto, per inclusione? Una mera percentuale da raggiungere per accogliere una sorta di quota obbligata di bianchi, neri, asiatici, gay, lesbiche ed eterosessuali in TV oppure un vero e proprio tentativo di normalizzare un mondo sessualmente aperto e multietnico?

Il discorso è sicuramente molto più complesso di quello che potrebbe apparire leggendo le reazioni a caldo di un’autrice che viene licenziata dal posto di lavoro e riducendole ad una sorta di frustrata vendetta, soprattutto se si considera che i media, persino veicolati da qualcosa di così prosaico come una serie TV, hanno delle responsabilità sociali, anche quando si rivolgono ad un pubblico giovane come fanno le serie dell’Arrowverse.

Il problema dell’inclusione non è qualcosa che può essere ridotto ad una moda passeggera né tantomeno alle imposizioni dettate da un network, ma è qualcosa di reale con cui la nostra società si scontra quotidianamente, quella stessa società che è appunto rappresentata anche dalle serie televisive, persino quelle un po’ sgangherate come quelle dell’Arrowverse. Non ci resta quindi che lasciarvi con il pensiero di alcune delle attrici protagoniste di questo universo televisivo che, conoscendo l’importanza dell’impronta che stanno lasciando nel mondo, hanno unito le forze per creare Shethority, una comunità in cui tutte le donne possano trovare un luogo in cui sentirsi rappresentate, chiunque esse siano.

Tala Ashe (Zari Tomaz, Legends of Tomorrow): Non mi sono mai sentita rappresentata in televisione fino a che non sono diventata un’attrice e mi sono scontrata con le ragioni per cui questo avveniva, che nascono dai media stessi. Quando la cosa più vicina con la quale riesci ad identificarti è Aladdin, è facile capire che c’è un problema. Ecco una delle cose più potenti del poter interpretare il mio personaggio. Molte ragazze mi hanno ringraziata per il fatto che rappresento una musulmana-americana che non è una terrorista, perché 10, 5 anni fa, era tutto ciò che ci era concesso. Quello su cui ho davvero lavorato nel costruire il personaggio sono le sfumature, il suo status di immigrata, la sua religione, che è parte di ciò che è, ma che non la definisce. Questa per me è la rappresentatività del nuovo millennio.

Candice Patton (Iris West, The Flash): The Flash esiste da molto tempo ed Iris è sempre stata una donna bianca con i capelli rossi. Per me, essere scelta come Iris è stato innovativo per moltissime donne di colore che si sono spesso sentite incomprese. La mia esperienza nel business fino ad ora è stata interpretare molti ruoli da migliore amica e spalla e penso che molte di persone di colore si vedano solo rappresentate così. Il mio casting, per me e per molte ragazze che guardano la serie, è stato un omaggio a quest’idea che le donne di colore possono essere belle e desiderabili. E che possiamo anche ispirare l’amore di qualcuno, essendo il frutto del desiderio di un supereroe, il personaggio principale, cosa che non si vede molto spesso.

Caity Lotz (Sara Lance, Arrow and Legends of Tomorrow): La prima volta che sono andata al Comic-Con ed ho incontrato ragazze della comunità LGBT, ho capito quanto importante fosse per loro vedere in TV un personaggio bisessuale, perché non lo avevano mai visto prima. Il guardare lo show con i propri familiari, con cui magari non avevano ancora fatto outing, ed imparare a riconoscere in Sara una brava persona, ha fatto trovare a molte di loro il coraggio di dire la verità su loro stesse ed è una cosa che mi ha sempre fatto un grande effetto.

Maisie Richardson-Sellers (Amaya Jiwe, Legends of Tomorrow): A una convention a Londa una ragazza è venuta da me ed è scoppiata a piangere e senza parlare mi ha dato una lettera. L’ho abbracciata e lei mi ha raccontato quanto sia stata ostracizzata dalla sua famiglia per la sua sessualità, tanto da essere mandata in un campo per la conversione. In pratica guardare lo show l’ha aiutata a capire che non aveva nulla di male e che non doveva provare vergogna per ciò che era. Avevo il cuore a pezzi.

La 1^ stagione di Superman & Lois andrà in onda negli Stati Uniti a partire martedì 23 febbraio su The CW.

CORRELATO A SUPERMAN & LOIS