La sottovalutata rivoluzione della famiglia Addams

Più passa il tempo, più le piattaforme di streaming si arricchiscono di prodotti storici, più cominciano ad assomigliare non solo a una vetrina di novità ma anche a un archivio di storia della TV – un archivio per accedere al quale bisogna spesso abbonarsi a due o più servizi diversi, ma questo è un discorso che ha a che fare con le sovrastrutture socioeconomiche e non con la serie della quale vogliamo parlare oggi.

*Schiocco di dita*

Che andò in onda per la prima volta esattamente 56 anni fa, su ABC, e che purtroppo non è al momento reperibile (almeno in Italia) su nessuna piattaforma-archivio: immaginate questo pezzo anche come una richiesta perché venga colmato questo gigantesco buco che la forma della Famiglia Addams, uno dei prodotti più innovativi non solo della sua epoca, ma anche e soprattutto oggi che termini come “diversità”, “rappresentazione” e “accettazione” sono entrati definitivamente nel vocabolario collettivo, nell’attesa che diventino anche realtà. Sentimenti lodevoli, dei quali però, ed è questo il motivo per cui l’opera di Charles Addams è così geniale, la famiglia Addams non ha alcun bisogno.

Charles Addams, un tizio con una vita piacevolissima e una grande passione per tutto ciò che è macabro e gotico e fa venire i brividi, creò la sua famiglia allora anonima nel 1938, sulle pagine del New Yorker. All’inizio nessuno dei membri aveva un nome: i primi dettagli arrivarono in seguito a una collaborazione mancata con Ray Bradbury (Addams avrebbe dovuto illustrare un libro sulla famiglia Elliott, i mostri protagonisti del racconto di Bradbury Il raduno) e all’offerta di ABC di trasportare le vicende della famiglia in TV. La serie, che durò due stagioni e 64 episodi prima di venire cancellata senza troppe cerimonie, immortalò i nomi di Gomez, Morticia, Fester, Mercoledì, Pugsley (nome originale: Pubert, bocciato per ovvi motivi) e Lurch e, soprattutto, fece conoscere la morte a milioni di persone nel mondo.

“Persone, questa è la morte. Morte, queste sono milioni di persone”

Nel 1964, quando gli Addams esordirono, in TV arrivarono anche I mostri (un’altra sit-com a tinte horror con protagonista una famiglia di, ehm, mostri) e Vita da strega, e già da un anno andava in onda Il mio amico marziano: dopo un decennio nel quale la famiglia americana in TV era stata dipinta nella maniera più rassicurante e accomodante possibile – pensate a Io e Lucy o The Honeymooners –, gli anni Sessanta furono un periodo (anche) di sperimentazione e sovversione, nel quale si giocava a infilare personaggi assurdi in situazioni mondane o viceversa. Pure in mezzo a questo calderone gli Addams spiccavano senza fatica, perché lo show (e prima i fumetti) ribaltava la classica prospettiva dalla quale si affrontano le mostruosità: non erano loro a essere strani, ma il resto del mondo, in una sorta di rifacimento della classica barzelletta del tizio che va contromano in autostrada. Se La famiglia Addams uscisse oggi per la prima volta lo farebbe con una tagline a effetto tipo “weird is the new normal”: gran parte della comicità della serie era basata sulle frizioni tra “noi” e “loro” (dove lo scopo era mettere lo spettatore nei panni di uno di “noi”, non di fargli osservare da fuori le stranezze degli Addams), e sull’assoluta naïveté  di una famiglia che ha una mano animata come maggiordomo e non ci vede nulla di strano.

Non solo: gli Addams facevano paura ma non erano interessati a farla. Per loro, circondarsi di drappi neri e candele e teschi umani e fare sacrifici al demonio e comunicare con le entità infere non è un’affermazione politica né un gesto sovversivo: è, ancora una volta, la normalità, qualcosa di cui non c’è neanche bisogno di parlare perché fa parte del tessuto stesso della (loro) realtà. Non è neanche un discorso di accettazione del diverso: per gli Addams non c’era nulla di diverso, né da accettare, nelle loro abitudini familiari; non a caso molti episodi girano intorno a un’apparente “persona normale” che sfrutta l’ingenuità e la buona fede di questi pazzi appassionati di torture per circuirli e provare a portarsi a casa un po’ di soldi (perché la famiglia Addams sarà strana, ma è anche favolosamente ricca).

“Cara mia…”

E parlando di tabù infranti con candore, ci sarebbe poi da fare tutto un discorso sul sesso nella famiglia Addams: nel 1964 quante volte si era vista in TV una coppia marito-moglie (anzi genitore 1-genitore 2) il cui rapporto è animato da amore, rispetto, progettualità, ideali condivisi e soprattutto un’insopprimibile e costante voglia di fare sesso? Gomez e Morticia si toccano, si leccano, si accarezzano, si stuzzicano a vicenda, si promettono cose turpi appena possibile, in generale presentano un modello genitoriale che guarda alla sessualità come a qualcosa di sano e da incoraggiare, non come una vergogna da seppellire una volta nato il primo figlio. E poi c’è, appunto, la morte, il nostro Vero Grande Tabù, qualcosa di cui si parla trasversalmente ma che si nomina il meno possibile perché è sconveniente: giocando con il macabro, il gotico, il satanico, il vampirico e il folklore, gli Addams sono riusciti quantomeno a far vacillare questo tabù, e a presentarci un modello di famiglia che riesce a confrontare i cari estinti (l’idea stessa di avere dei cari estinti!) con rispetto e leggerezza, ma soprattutto con sincerità.

Quello che impressiona non è solo come gli Addams siano riusciti a parlare di tutto questo (e di un milione di altre cose) nel giro di appena due stagioni della serie originale, ma anche come il franchise sia riuscito negli anni a rimanere fedele a se stesso, in (quasi) tutte le forme in cui si è ripresentato. Perché fin qui abbiamo parlato esclusivamente di quei 64 episodi, ma ci sarebbe anche da discutere di:

– una serie musical datata 1973 che non andò mai oltre il pilot

– una serie animata datata 1973 che è una versione on the road delle vicende degli Addams (trivia: la voce di Pugsley è di Jodie Foster)

– un film per la TV datato 1977 e ambientato a Halloween, con gran parte del cast originale

– due film, uno meglio dell’altro, diretti da Barry Sonnenfeld – che sono poi quelli che hanno installato i volti di Raul Julia, Anjelica Huston, Christopher Lloyd e Christina Ricci nell’immaginario di quasi tutti alla voce “gli Addams”

– un terrificante reboot con Tim Curry e Daryl Hannah del quale non parleremo mai più

– un’altra serie animata andata in onda dal 1992 al 1993

– una serie canadese della quale nessuno si ricorda se non perché è andata avanti per 65 episodi (uno in più dell’originale)

ma anche di:

– il flipper della famiglia Addams, a oggi il più venduto della storia

– i videogiochi della famiglia Addams, il primo uscito nel 1989, l’ultimo nel 2019

– i libri della famiglia Addams

– e così via

Un intero universo che, con fortune più o meno alterne, ha sempre portato avanti il marchio senza sgarrare, rimanendo pervicacemente attaccato a quest’idea che non c’è nulla di strano nell’essere strani, semmai strano è colui che chiama strano ciò che non capisce o che non fa per lui. Perché c’è una differenza fondamentale tra “siamo strani ma non siamo cattivi!” e “mica siamo strani”, e la seconda affermazione è infinitamente più interessante della prima.