Come sicuramente molti di voi tra i meno giovani ero davanti alla tv nel 1990 quando Undertaker (il “becchino”) fece il suo esordio alla WWE, all’epoca ancora WWF, con il personaggio che tutti conoscono. Da noi non andava in diretta, ma negli USA la data esatta era il 22 novembre, 30 anni precisi ieri l’altro. La musica lugubre, l’atmosfera che di colpo si paralizza, il manager/apripista Paul Bearer (gioco di parole con “pallbearer”, colui che porta la bara ai funerali).

Non erano tanti, all’epoca, i wrestler che si ti piantavano direttamente in testa prima ancora di essere saliti sul ring, e su Undertaker era chiaro da subito che puntavano fortissimo, con gran sfoggio di effetti speciali.

Undertaker era una cosa mai vista prima.

Era il personaggio con cui la WWE si apprestava a mischiarsi con l’horror e il sovrannaturale a livelli più intensi che mai. Alto 2 metri e 8 per un peso di 140kg, svetta immediatamente su tutti e pare da subito provenire da un altro mondo, come se fosse stato evocato da un rito di un sacerdote malvagio o di un teenager inconsapevole.  Passa gran parte del match a fare sostanzialmente il golem, roccioso e inamovibile, le sue mosse frutto di forza bruta accentuata dalla sua stazza.

Poi, quando meno te lo aspetti, è capace di esplodere in momenti di agilità insospettabile, come un braccio teso volante o un tuffo suicida a scavalcare le corde per gettarsi sull’avversario fuori dal ring. Ed è proprio in quei momenti – ancor più rispetto a quando gli avversari lo colpiscono e lui non batte ciglio – che sembra davvero sovrannaturale e imbattibile.

Undertaker vince il suo primo titolo a un anno dal suo ingresso in scena, sconfiggendo un’istituzione come Hulk Hogan. Mark William Calaway, di Houston, Texas, diversi anni di gavetta sotto altri nomi prima di trasformare il ring nel suo teatro dell’incubo, in quel momento aveva 26 anni. Nello stesso anno Hulk Hogan si “vendicherà” coinvolgendolo nel suo film Cose dall’altro mondo nel ruolo di uno scagnozzo alieno dalla vocina ridicola, in quella che rimarrà la sua unica prova di attore al cinema, ma l’esperienza non lo tocca. Da lì in poi, pause forzate per infortunio escluse, nessuno lo leverà più dal ring.

Gli anni passano, le mode si alternano, ma Undertaker è costantemente uno degli uomini di punta della federazione: non necessariamente il più titolato di sempre (anche se detiene il record di 21 vittorie consecutive e 25 totali a Wrestlemania, l’evento più importante della stagione) ma costantemente lassù fra i più amati, e sempre più l’unico punto di contatto fra l’epoca d’oro di quanto il wrestling veniva per le prime volte trasmesso in tv in Italia e le nuove generazioni.

Giova probabilmente la sua personalità, mai straripante, sempre professionale, dell’atleta che sa farsi rispettare ma anche mettersi da parte quando lo ritiene onesto, e che lascia il più possibile che sia soltanto il suo lavoro a far parlare di sé. Il suo personaggio subisce varianti, un look progressivamente più sobrio fino a diventare un “comune” biker, un truce motociclista che non ha bisogno di effetti speciali per imporre il suo carisma, più vicino a come si sentiva nella vita di tutti i giorni. Ma anche quando torna ad essere il “becchino” che tutti conoscono, si rende protagonista di momenti indimenticabili: a livello di spettacolo porterò personalmente nel cuore quella volta che fece crollare il ring sotto ai piedi di Kurt Angle sparando fulmini a distanza, e quando mandò Edge letteralmente all’inferno facendolo sprofondare nel ring ed evocando fiamme dal punto in cui era scomparso; a livello di match, le sue multiple epiche sfide con Shawn Michaels nonché uno dei momenti più iconici dell’intera storia della WWE, ovvero la sfida con Mankind in cui quest’ultimo volò due volte dal tetto della gabbia perdendo realmente conoscenza per qualche secondo.

Per una gimmick ad alto tasso di potenziale camp come la sua, soprattutto considerando di cos’è capace la WWE nei suoi momenti più pazzi, che i momenti peggiori della sua carriera siano sostanzialmente legati ai match meno riusciti è un altro dei suoi tanti miracoli. L’ultimo match di Undertaker è stato a marzo di quest’anno, uno spettacolare segmento post-prodotto in cui sconfigge A.J. Styles in un cimitero. A 55 anni stava ancora facendo del suo meglio per reggere i ritmi massacranti dei tour, là dove gente più giovane di lui aveva già cambiato carriera. L’annuncio del suo ritiro viene trasmesso a giugno alla fine di un apposito documentario: Undertaker: The Last Ride.

Ma è soltanto ora, in coincidenza con i 30 anni dal suo esordio, e al culmine di un intero mese di omaggi in suo onore da parte della WWE, che ha potuto dare un saluto finale al suo pubblico. I tempi sono quelli che sono, ed è profondamente ingiusto che non abbia potuto farlo dal centro di un Madison Square Garden in straripante sold out, ma pazienza.

Si ritira una leggenda.

Uno dei wrestler più universalmente riconoscibili di tutti i tempi.

Forse il migliore.