Presentata oggi alla Festa del Cinema di Roma, Romulus è l’ambiziosa nuova serie tv di Matteo Rovere dedicata alla nascita della città di Roma. Un mondo primitivo e brutale governato dalla natura e dagli dèi, da cui sorgerà uno degli imperi più grandi e potenti di sempre: fra storia, leggenda e rivoluzione, l’epico racconto inizierà su Sky (anche on demand e in 4K HDR) e in streaming su Now TV il 6 novembre.

Oggi, in occasione dell’evento speciale alla Festa del Cinema, sono state diffuse nuove immagini della serie e anche un mucchio di dettagli sulla storia e i personaggi.

LA TRAMA DI ROMULUS

Lazio, VIII secolo a.C., un mondo arcaico e selvaggio, dove dominano la violenza e la paura e gli uomini vivono soggiogati dal volere degli dei. I trenta popoli della Lega Latina vivono da anni sotto la guida del re di Alba Numitor. Ma siccità e carestia stanno minacciando la pace e la vita di queste città. Fuori da queste invece c’è il bosco, un luogo oscuro abitato da creature crudeli e misteriose.

Il re Numitor deve consultare l’aruspice. Il responso è implacabile: il re dovrà andare in esilio e il suo trono passerà ai nipoti, Enitos e Yemos, gemelli nati da sua figlia Silvia.
Il legame tra i due ragazzi, dall’indole così diversa, è indissolubile: sono l’uno l’ombra dell’altro. Enitos, che dei due è quello più coraggioso e responsabile, nasconde però un segreto: ama, riamato, la giovane Ilia, chiusa da anni nel tempio di Vesta. A Velia, intanto, un gruppo di ragazzi, i Luperci, viene inviato nel bosco per un rito di iniziazione: sopravvivere alla minaccia di Rumina, la dea selvaggia e misteriosa che abita la foresta. Tra loro c’è Wiros, schiavo e orfano, che diventa presto la vittima dei soprusi di tutti.

Nel frattempo, qualcuno ad Alba decide di cambiare il destino dei gemelli e prendere il trono per sé: è il fratello di Numitor Amulius, che, convinto da sua moglie Gala, capisce di avere un’ultima occasione per appagare la sua sete di potere. Ma non tutto andrà come previsto. Yemos dovrà scappare dalla sua città e andrà a rifugiarsi nei boschi. È qui che la sua strada intreccia quella di Wiros: il principe fuggiasco e lo schiavo perseguitato diventano amici, anzi fratelli e la loro alleanza sarà la scintilla che li porterà a sfidare l’ordine in cui erano stati cresciuti. Insieme verranno accolti nel misterioso mondo dei seguaci di Rumina e saranno guidati dalla Lupa, guerriera feroce e materna, che li inizia a sanguinose tradizioni e rivela loro il sogno di una città capace di sfidare ogni potenza e di accogliere tutti i diseredati, Ruma. Intanto Ilia sfida il destino che le era stato imposto e si trasforma in una guerriera in cerca di vendetta e senza pietà.
Tra battaglie feroci e riti arcani, ambizioni umane e destini sovrannaturali, le loro giovani vite saranno stravolte per sempre. Le loro gesta cambieranno il loro mondo e daranno origine alla leggenda. Romulus è la storia epica della nascita di Roma come non è mai stata raccontata.

Romulus - Episodio 3

I PERSONAGGI

Yemos (Andrea Arcangeli) – Principe di Alba, ha sempre potuto contare su suo fratello gemello Enitos, a cui si sente indissolubilmente legato dal sangue e dal destino. Costretto alla fuga e solo per i boschi è catturato dai Luperci ed è così che conosce Wiros. Quando si ritrova solo, inizialmente è perduto. Costretto a lottare per andare avanti, rinasce e diventa un uomo nuovo. L’incontro con Wiros è profondamente formativo, condivide con lui prove durissime e in lui ritrova qualcosa di simile a un fratello. Le sue origini regali fanno di lui un uomo con un grande senso dell’onore e delle tradizioni: la famiglia, l’onestà, la giustizia, il coraggio, il rispetto degli dei, la fedeltà al popolo, la non indifferenza di fronte al dolore altrui sono tutti valori che eredita
dal nonno materno e che cerca di tenere alti contro ogni avversità. Ma il legame arcaico dell’eredità di sangue diventa pian piano ingombrante. L’incontro con i Ruminales gli farà scoprire una nuova parte di sé, più bestiale e selvaggia che lo renderà capace di reclamare ciò che gli è stato tolto.

Ilia (Marianna Fontana) – Figlia di Amulius, il fratello minore di Numitor, è rinchiusa dall’età di sei anni nel tempio di Vesta, dove serve la dea feconda di cui è sacerdotessa, custodendo il fuoco sacro che non deve spegnersi mai. Anche l’amore proibito che ha a lungo covato nel suo cuore non è stato sufficiente a tradire quel futuro impostole anni prima. Almeno finché il destino e un terribile tradimento non le portano via quello che aveva di più caro. Inizierà a combattere per divenire artefice del suo destino, senza sapere che l’unica persona al mondo di cui si fida, suo padre, le nasconde un terribile segreto.

Wiros (Francesco Di Napoli) – Solo al mondo, orfano senza destino, schiavo nella città di Velia, parte per i Lupercalia, il rito d’iniziazione che tutti i ragazzi della città devono compiere per diventare uomini. Nell’accampamento nei boschi insieme agli altri iniziandi subisce abusi, è umiliato, torturato. Qui è ancora l’ultimo degli ultimi, il più fragile, quello esposto alle peggiori vessazioni; eppure si dimostra anche il più determinato e caparbio, pronto a tutto per sopravvivere. L’incontro con Yemos segnerà per lui il passaggio dalla solitudine alla fratellanza. Impara a fidarsi, a volere il bene di qualcun altro al di fuori di sé, ad essere amato, a dare senza aspettarsi nulla in cambio. Il suo sarà un viaggio alla ricerca delle proprie origini e tra i boschi scoprirà in sé stesso una forza e una sicurezza che non avrebbe mai sospettato.

Enitos (Giovanni Buselli) – Nipote di re Numitor, destinato al trono accanto al suo gemello Yemos. Coraggioso e solare, è pronto a prendersi sulle spalle tutte le responsabilità della corona. Nasconde però un segreto: da anni, all’insaputa di tutti, ama, ricambiato, sua cugina Ilia, chiusa nel tempio delle Vestali. I due si sono promessi fedeltà e sono disposti ad aspettare il tempo che ci vorrà per rivedersi, ma il terribile sogno premonitore di Ilia, che lo mette in guardia contro suo fratello, mette alla prova questa determinazione. Enitos deciderà però di rimanere, nonostante tutto, accanto a Yemos.

Amulius (Sergio Romano) – Fratello del re Numitor, per anni ha servito fedelmente la corona, mettendo da parte le sue ambizioni e accumulando risentimento. La fine della siccità lo persuade che gli dèi sono dalla sua parte e, spinto dal re di Velia Spurius e dalla moglie Gala, decide di cambiare il suo destino, opponendosi con forza ad ogni forma di resistenza al suo potere. Ma sua figlia tornerà dalla morte profondamente cambiata per chiedergli il conto dei suoi misfatti, costringendolo ad interrogarsi sul destino e sulle sue responsabilità.

Spurious (Massimiliano Rossi) – Re di Velia, feroce e spregiudicato alleato di Amulius, convinto del potere esercitato in nome dell’età e dell’esperienza guerriera, lo spinge al tradimento contro i nipoti in nome della salvezza della Lega Latina. Guida la sua città ed è il celebrante dei Lupercalia, il rito di iniziazione che segna l’ingresso nell’età adulta per i ragazzi della sua città.

Silvia (Vanessa Scalera) – Figlia di Numitor, è il suo fedele appoggio dopo che il vecchio re viene condannato alla cecità e all’esilio. Madre di Yemos ed Enitos, ripone ogni sua speranza nei figli gemelli che ha cresciuto perché diventino un giorno re. Saggia, forte e determinata, è lei a parlare ai re della Lega a nome di suo padre e a lottare nella speranza del ritorno di Yemos. Per ridare a suo figlio ciò che gli spetta è pronta a qualunque cosa, anche a patti con alleati un tempo disprezzati da Alba e dai suoi dèi.

Gala (Ivana Lotito) – Moglie di Amulius, sensuale e calcolatrice, asseconda le sue ambizioni e lo spinge alla ribellione e al delitto, convinta che gli dèi lo abbiano prescelto per salvare la città di Alba. È disposta per questo anche a sacrificare la felicità di sua figlia. Quando Ilia ritorna miracolosamente dalla morte con la sua promessa di vendetta, ne è profondamente turbata, e inizia a temere per sé stessa e per suo marito. La paura e il senso di colpa scatenano in lei una dolorosa ossessione da cui non riuscirà a liberarsi.

La Lupa (Silvia Calderoni) – Misteriosa Guerriera alla guida dei Ruminales, ha una fede incondizionata nella dea dei lupi Rumia, divinità femminile adorata dagli abitanti del bosco. Secondo la credenza, Rumia, in passato, ha salvato il popolo del bosco offrendo loro la protezione della foresta e promettendo una città in cui potranno finalmente abitare. Valorosa, capace di gesti di coraggio e di improvvisa violenza, ma anche tenera e materna con i figli di Rumia, che sono stati a lei affidati dalla dea, li guida in battaglia con la sua maschera da lupo ed è pronta ad uccidere chiunque li minacci.

Deftri (Demetra Avincola) – Giovane guerriera, sensuale e istintiva, si avvicina quasi subito a Wiros e gli insegna la lingua e le usanze dei figli della dea Rumia. È profondamente attratta dal quel ragazzo apparentemente debole, ma che a poco a poco rivela la forza di un vero capo. Vede in lui colui che sarà capace di guidare il suo popolo verso la città promessa, che anche lei sogna da tanto tempo.

Romulus - Episodio 1

LE NOTE DI REGIA DI MATTEO ROVERE

La serie Romulus nasce dalla volontà di approfondire il mito fondativo di Roma, che racchiude un nucleo affascinante, mistico e universale e che, proprio nella serializzazione, in uno spazio di racconto quindi ampio, trova dal mio punto di vista la sua forma più compiuta.

La tradizione epica adombra, infatti, un nodo potente: lo scontro fra l’uomo e la ferinità. Ferinità che può essere esterna, e allora sono la natura e i nemici, oppure (soprattutto) interna, e allora sono le passioni e le paure. L’alterità, insomma, diviene il centro del racconto, un’alterità che l’uomo arcaico teme, divinizza, invoca, esorcizza. E l’eroe emerge dall’abisso delle sue passioni: le domina, addomestica e supera con nuovi valori benigni e magnanimi, i valori “moderni”, che fondano una nuova convivenza. Questa è, per me, la “Fondazione”. Nella complessità del mito fondativo di Roma e nelle sue infinite stratificazioni abbiamo quindi cercato un percorso che lasciasse emergere il senso primo della tradizione epica, ossia la straordinaria avventura di donne e uomini che è parte della nostra identità, ma anche un racconto che potesse fondere la tradizione mitica con la realtà storica.

Che cosa potrebbe essere successo realmente nell’VIII secolo a.C., che ha generato la leggenda? Questa domanda è stata un motore continuo, ci ha permesso un lungo confronto con gli studiosi. E tutto questo, insieme alla mia voglia di realizzare un grande spettacolo, ha generato quello che vedrete. Ho avuto la fortuna di poter coinvolgere tanti esperti che, fin dalla fase di ideazione e sceneggiatura, ci hanno accompagnato nell’esplorazione di questo racconto, cercando di farci costruire una storia di finzione, che però avesse le basi e si poggiasse in qualche misura sulla realtà storica, traendo dalle fonti e rimanendo sempre plausibile. Abbiamo ricostruito insieme ad archeologi, storici e latinisti un mondo basato sulle fonti, ma anche magico, un mondo nel quale il divino, e quindi l’ignoto, lo sconosciuto, hanno un posto centrale, così come era per gli uomini del tempo. Il tentativo ultimo è quello di immedesimarci nella loro visione delle cose, per poterci staccare dal divano volando in un universo lontano secoli, ma fatto di persone come noi, con i loro dubbi, sentimenti, tormenti. Persone che abitavano luoghi a loro sconosciuti, con confini ignoti, e densi di credenze arcaiche.

Le riprese sono state estremamente complesse, sia per noi registi che per gli attori, e ovviamente per la troupe, quasi un nostro personale scontro con la ferinità della natura. Abbiamo girato nelle location più impervie, in tutte le condizioni atmosferiche, di notte e di giorno, una vera summa di tutte le difficoltà possibili in questo mestiere, non solo ambientali, ma anche tecniche.
La volontà di raccontare questo mondo nel modo più realistico possibile ci ha spinti verso una strada densa di ostacoli e rischi. Una strada produttiva che a volte ci ha fatto guardare intorno e dirci “forse non ce la faremo”. Ma alla fine tutto è andato al proprio posto. Le riprese si sono concluse, e il mondo arcaico che volevamo raccontare ha preso forma nel modo per me più affascinante. Il mito, nella sua imperturbabile generosità, è rivissuto di nuova vita.

La realizzazione di Romulus per me è stata un’opportunità unica anche da un punto di vista professionale. Per la prima volta sono riuscito a condividere la mia visione con altri registi, Michele Alhaique ed Enrico Maria Artale, due professionisti straordinari e di grandissimo talento e sensibilità, per costruire un mondo che doveva andare in continuità.

Insieme agli sceneggiatori, Filippo Gravino e Guido Iuculano, abbiamo lavorato su una storia che ha come tema centrale il potere, ma con il linguaggio dell’avventura umana. Un linguaggio per me vicinissimo a quello cinematografico, sempre con la chiave realistica che mi appassiona, nella volontà di prendere fisicamente lo spettatore per portarlo all’interno di una realtà e di un mondo. Il potere nella sua forma più primitiva, la sua genesi e i suoi riflessi nel contemporaneo sono le chiavi di lettura di questa serie, che spero potrà appassionarvi e regalarvi una grande avventura.

Romulus - Episodio 4

LE NOTE DI REGIA DI MICHELE ALHAIQUE

Come raccontare un mondo che non abbiamo mai potuto vedere? Come dirigere gli attori su dei copioni scritti in una lingua che non abbiamo mai ascoltato? Come costruire un mondo e dei personaggi che risultino allo spettatore credibili e vicini, anche se lontani quasi tremila anni? Queste sono solo alcune delle domande che ci hanno riempito la testa nei mesi di minuziosa preparazione dedicati a Romulus.

La traccia solcata da Matteo con Il Il Primo Re ci ha brillantemente indicato la strada ma, per la preparazione della serie, il lavoro da lui fatto con gli archeologi e gli storici ha richiesto un approfondimento, se possibile, maggiore per la ricostruzione delle diverse arene che sono teatro della nostra storia.

Al di là dell’attenzione filologica, l’obiettivo comune è stato quello di dare alla messa in scena un carattere moderno, che permettesse alla serie di coinvolgere una fascia di pubblico più ampia possibile. Insieme ai due DoP (Vladan Radovic e Giuseppe Maio), io, Matteo ed Enrico abbiamo quindi intrapreso un lungo processo di ricerca visiva, che ci ha permesso di esplorare nel modo più libero possibile l’inedito mondo estetico che caratterizza poi tutta la serie (in questo senso Groenlandia, Cattleya e Sky ci hanno permesso di lavorare come le grandi produzioni internazionali).

I copioni sono di certo stati la base di tale processo creativo. Il fulcro tematico e drammaturgico dei dieci episodi scritti da Gravino, Iuculano e Rovere sta tutto nei personaggi e proprio da questi prende forma la narrazione. Data la mia formazione da attore, mi sono concentrato dunque in modo particolare sull’arco dei tre giovani protagonisti e insieme agli attori (Arcangeli, Di Napoli e Fontana) abbiamo tentato di dare vita alle luci e alle ombre di questi tre ragazzi dell’VIII secolo a.C.. Nel mio percorso professionale, prima di Romulus, mi è capitato più volte di lavorare su scene d’azione anche complesse, ma in questo caso non c’erano né inseguimenti in auto né sparatorie da mettere in scena. Ho capito molto presto, insieme a Matteo ed Enrico, che il focus centrale di tali sequenze sarebbe dovuto essere l’impatto emotivo sui personaggi. Abbiamo trattato quindi la narrazione della violenza non come una pura stilizzazione estetica, ma tentando di restituirle un iperrealismo che portasse i nostri protagonisti a vivere quei momenti su un piano intimo e personale. Ho cercato di focalizzare il mio lavoro sulla costruzione della tensione che precede l’azione e sull’emotività dei personaggi che dall’azione stessa scaturisce. Un lavoro che credo abbia contribuito a restituire alla vicenda quell’autenticità necessaria per rendere concreto un mondo
così inedito.

Sono convinto che il lavoro di tutti coloro che hanno partecipato alla lavorazione (non ultimi i Mokadelic, che compongono la colonna sonora) abbia fatto di questa serie un prodotto dall’identità unica e senza precedenti.

Romulus - Episodio 3

LE NOTE DI REGIA DI ENRICO MARIA ARTALE

L’originale struttura narrativa di Romulus smentisce la tendenza generale di molte serie, che negli episodi centrali rallentano il ritmo degli avvenimenti per concentrarsi solo sull’approfondimento psicologico, e rilancia la spettacolarità del racconto anche nella sua fase centrale. Fin dalla prima volta in cui ho letto l’episodio 5, e poi i seguenti, la mia immaginazione è stata catalizzata dalla Lupa e dai Ruminales, un nuovo gruppo di personaggi sui quali era possibile lavorare anche di fantasia, e soprattutto dall’ambientazione che li vede protagonisti: il mondo delle grotte.

Ho subito pensato a una sfida irripetibile, che andava accettata fino in fondo e, dal canto suo, Matteo ha sempre supportato con entusiasmo questa scelta, che forse altri produttori avrebbero considerato una follia. La nostra ostinazione a voler girare tutte le sequenze all’interno di alcune grotte realmente esistenti, senza ricostruire neanche un ambiente in teatro di posa, mi ha portato al centro di un’esperienza collettiva eccezionale. Alcuni dei nostri set erano raggiungibili solo camminando a lungo sottoterra, all’interno di cunicoli stretti quanto una persona e costantemente bagnati dai rivoli d’acqua. Trasportavamo attrezzature o elementi di scenografia, con centinaia di persone tra troupe, attori, figurazioni, bambini, persino i lupi.

Tutto questo, insieme alle svariate sequenze di massa presenti negli episodi che ho diretto, ha messo a dura prova la mia esperienza nel muovere le persone all’interno dello spazio scenico per valorizzare la dimensione epica del racconto. Ho alimentato a modo mio un clima di eccezionale condivisione creativa e reciproca ispirazione con Matteo e Michele, ma cercando di non perdere il fuoco drammatico, intimo, sul quale ho cercato sempre di mantenere un dialogo profondo con gli sceneggiatori e soprattutto con gli attori protagonisti. Questo per ritrovare, anche nelle condizioni di lavoro più faticose e complesse, il cuore emotivo del racconto.

Romulus - Episodio 3

LE NOTE DI REGIA DI SCENEGGIATURA

È emozionante e difficile – dopo quattro anni di lavoro costante – prendere le distanze dall’opera compiuta, guardarla dall’esterno e dire a noi stessi che cosa abbiamo scritto e come abbiamo fatto a scriverlo. Una delle regole fondamentali per un autore, formulata da Hemingway ma nota a tutti, è che si deve scrivere solo di quello che si conosce. È una regola a cui è impossibile sfuggire, ma che bisogna per forza ripensare quando l’argomento è la fondazione di Roma.

All’inizio questa difficoltà non ci era del tutto chiara, e con entusiasmo abbiamo cercato di conoscere tutto quello che gli esperti hanno scritto del nostro argomento: come per prepararci a un viaggio abbiamo studiato le fonti letterarie, parlato con gli archeologi e gli antropologi, ma alla fine l’evento restava inconoscibile, immerso in un passato di cui non restano che tracce frammentarie. Se volevamo rispettare la regola di Hemingway, dunque, dovevamo procedere in maniera diversa: dovevamo inventare noi stessi il mondo di cui volevamo scrivere, partendo da quello che gli studiosi hanno ricostruito.

Presa questa direzione, abbiamo iniziato a considerare il mito della fondazione nello stesso modo in cui gli archeologi considerano i loro reperti: non una testimonianza attendibile ma un manufatto, un riflesso del mondo che lo precede e a cui non è dato accedere direttamente. Quel mondo precedente era esattamente il mondo che dovevamo inventare.

Per costruirlo ci siamo serviti dei materiali che avevamo raccolto, accogliendo nella costruzione tutto quello la faceva sembrare vera: la Lupa, i fratelli rivali, i Trenta Popoli e Vesta, ma anche la paura del buio e del bosco, i sogni profetici e i più arcaici riti di iniziazione. Osservati come materiali e non più come fonti, questi segni che prima tacevano hanno iniziato a parlarci e hanno preso una forma completamente nuova: la forma di un universo perennemente in crisi, dove non c’è nulla di solido a cui affidarsi e la paura domina ogni pensiero. Era fatto così l’universo che avevamo inventato, e quanto più ne definivamo i contorni, tanto più assomigliava al mondo in cui viviamo. Un mondo improvvisamente vicino e conosciuto. Un mondo di cui finalmente potevamo scrivere.

Filippo Gravino, Guido Iuculano e Matteo Rovere, sceneggiatori

Romulus - Episodio 3

NOTE STORICHE

La serie Romulus è indubbiamente una sfida ambiziosissima per chi come me deve curarne il contenuto storico. Bisogna immaginarlo, ma ci si avvicina con il fascino di veder concretizzarsi quello che si è studiato per anni, di veder rivivere uomini magari anonimi, non gli stessi che si sono letti sui libri, agire, vivere, soffrire, morire, sposarsi, innamorarsi, come si è immaginato che facessero. Un’esperienza stimolante, una sfida per avvicinare, non solo se stessi, ma il pubblico più ampio possibile, a un’epoca che segna un cambiamento straordinario in tutto l’Occidente. L’epoca in cui la tradizione colloca le vicende mitologiche-storiche di Romolo e Remo è segnata da profondi e irreversibili cambiamenti politici, economici e culturali.

Se, infatti, il 753 a.C. è la data convenzionale della fondazione di Roma, l’indagine storica e l’archeologia hanno da tempo dimostrato come questo periodo sia effettivamente scandito da trasformazioni tali da giustificare, in un sito peraltro abitato da secoli, la nascita di un nuovo organismo sociale, la cui materializzazione coincide con ciò che oggi siamo soliti chiamare città. L’Urbe per eccellenza non è la sola realtà interessata da questa “rivoluzione urbana” ma, grazie alla sua fortuna, è divenuta l’aspetto più evidente nella nostra Penisola di un fenomeno i cui presupposti sono essenzialmente economici. Il controllo delle materie prime e la ricerca di nuovi spazi agricoli avevano infatti già da tempo innescato una competizione sia a livello locale che mediterraneo, favorendo l’intensificazione dei contatti e dei rapporti commerciali con il mondo fenicio e con quello greco. I Greci, in particolare, erano rimasti così attratti da tali risorse da dar vita, intorno alla metà del secolo, ai loro primi insediamenti stabili nel Golfo di Napoli.

Il confronto diretto con i Greci e con il loro immaginario fu senza dubbio dirompente e contribuì ad accelerare i processi di differenziazione sociale e di accumulo delle ricchezze che sarebbero poi culminati con la nascita delle prime “aristocrazie”. Si crearono così i presupposti per l’affermazione politica e militare di figure carismatiche, in grado di controllare e difendere le risorse del territorio e di coagulare intorno a questo una comunità consapevole di sé stessa in senso etnico e disposta, anche per questo, a condividere obiettivi, spazi, mezzi, culti, lingua e tradizioni.
L’intraprendenza militare era senza dubbio una prerogativa fondamentale nella società del tempo, affermata anche nella dimensione funeraria attraverso l’inclusione nel corredo di quelle armi che avevano consentito l’ascesa sociale dei guerrieri. Ma, nell’arco di pochi decenni, le cose sarebbero rapidamente cambiate, facendo sì che al modello tradizionale di regalità guerriera si sostituissero altre forme di esibizione e affermazione del potere, ispirate ai prototipi dell’epica omerica e allo sfarzo delle corti orientali.

Il mondo occidentale stava definitivamente cambiando e Roma poteva, sin da allora, vivere questo cambiamento da protagonista.

Valentino Nizzo, etruscologo e Direttore del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia