“Gli uomini imperfetti, in possesso di un potere materiale sovrumano, non costituiscono una prospettiva rassicurante”, così scriveva Marshall McLuhan nel 1951 nel suo saggio intitolato La sposa meccanica, in cui il sociologo – considerato uno dei più grandi studiosi dei media – tentò di smontare i miti presenti nella cultura della società di massa. Una dichiarazione che non potrebbe essere più appropriata per introdurre uno dei temi principali toccati sia da The Boys, serie creata da Eric Kripke e giunta alla sua 2^ stagione, trasmessa da Amazon Prime Video, che da Watchmen, di Damon Lindelof, trasmessa da HBO negli Stati Uniti e disponibile su Sky Atlantic in Italia.

IL CONTROLLO DEI CONTROLLORI IN WATCHMEN

In Watchmen il problema del “controllo dei controllori”, che nella sua versione originale, Quis custodiet ipsos custodes, risale addirittura alla Satira di Giovenale (127 D.C.), è uno dei punti cardine della prima e probabilmente unica stagione della serie, nonché un conflitto che ha da sempre afflitto gli eroi mascherati dei fumetti, compreso l’amichevole Spider-Man di quartiere con la sua ormai celebre frase “Da grandi poteri derivano grandi responsabilità”.

Cosa succede, infatti, quando eroi o persone con poteri eccezionali finiscono per abusarne e si trasformano a loro volta in criminali o patetiche macchiette? In uno dei suoi episodi forse più belli, intitolato “Questo essere straordinario“, Watchmen smonta proprio il mito dell’origine stessa degli eroi, dimostrando come i Minutemen e successivamente gli Acchiappa-Crimini non fossero altro che una trovata pubblicitaria di Nelson Gardner, alias Capitan Metropolis, per opporsi alle dimostrazioni a favore dei diritti civili e le proteste contro la Guerra del Vietnam che dilagavano negli Stati Uniti al tempo. Adrian Veidt (Jeremy Irons) stesso, nell’episodio finale della serie, compie una strage “a fin di bene”, il tutto senza che nessuno riesca a fermarlo.

Inutile sottolineare come ogni aspetto della trama della serie sia inoltre una metafora della storia passata e attuale degli Stati Uniti, quando non è addirittura uno strumento per raccontare eventi di cui molti spettatori non avevano nemmeno mai sentito parlare, come il tragico massacro di Tulsa. Alan Moore scrisse Watchmen alla fine degli anni Ottanta, quando alla presidenza degli Stati Uniti c’era Ronald Reagan ed in pieno regno Thatcher per l’Inghilterra, due figure di cui l’autore stesso temeva le possibili azioni nel caso in cui fossero stati lasciati liberi di agire senza un attento controllo. Per il resto, la serie è un evidente rimando al movimento Black Lives Matter, al vigilantismo contrapposto al concetto di sorveglianza e sicurezza, alla violenza di cui sono accusate le forze di polizia e chiaramente al razzismo, un male che non ha trovato ancora una cura e che devasta tutt’oggi il paese. Ma uno dei temi più interessanti resta certamente il problema sollevato dal rischio che la cura a questi mali possa essere persino peggiore della malattia.

GLI DEI CAPRICCIOSI DI THE BOYS

Se Watchmen esprime questi concetti in maniera forse più velata, la 1^ e la 2^ stagione di The Boys sono invece platealmente il culmine del rischio del vigilantismo. I “supes”, in questo show, sono delle macchine da guerra senza alcun controllo, moderne divinità create da una multinazionale senza scrupoli che non pongono alcun limite ai propri poteri e che, proprio come gli dei dell’antica Grecia, trattano le persone come fastidiose formiche da schiacciare al primo segnale di fastidio, mentre vengono idolatrati da folle adoranti di ignare pedine in mano a spregiudicati giocatori.

The Boys è una serie che critica inoltre il consumismo e che tratta il problema dell’abuso di potere, oltre a quello del culto della celebrità e che, come Watchmen, non disdegna di fare qualche irruzione nella storia, attaccando per esempio nella sua ultima stagione, la scelta degli Stati Uniti – alla fine della II Guerra Mondiale – di aprire le porte a molti tedeschi appartenuti al partito nazista, che sono poi indirettamente accusati di essersi infiltrati nel tessuto connettivo del paese, tanto da aver ulteriormente nutrito il movimento ideologico del potere bianco.

La differenza plateale tra le due serie resta tuttavia il rapporto che i protagonisti hanno con i loro poteri che, nel caso di Watchmen, sono vissuti come un peso, mentre in quello di The Boys come una sorta di dono divino da accettare (e di cui spesso abusare) a piene mani.

Nonostante in Watchmen gli eroi pensino di essere la panacea di tutti i mali e che le loro soluzioni ad un problema non debbano essere messe in discussione, è evidente come “la morale della favola” sia esattamente l’opposto e cioè che ogni azione deve avere delle conseguenze, non diversamente dai manifestanti americani che gridano a gran voce per le strade la necessità di “togliere fondi alla polizia”, al fine di evitare violenza e militarizzazione ed impedire gli abusi di potere.

Per The Boys, invece, la morale è forse più semplice e di immediata comprensione e cioè che la violenza genera violenza e che chi è in una posizione di potere non dovrebbe mai essere lasciato in piena libertà di agire, senza regole e restrizioni. Due approcci diversi, ma comunque molto efficaci, ad una questione sociale che incendia tutt’oggi gli Stati Uniti e che è diventata palese palcoscenico di uno scontro politico che sta segnando – proprio in queste ore – uno delle elezioni presidenziali più incendiarie della storia.

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